• Estate 20

    good morning (9)

    Agosto 2020

    Stasera è la serata giusta per scrivervi visto che negli ultimi mesi, dopo la grande chiusura, ho trascurato questo mio fantastico spazio.

    Facciamo ordine: vi avevo raccontato alcune cose durante il lockdown, esperienze quotidiane e pensieri personali. Ho vissuto emozioni contrastanti durante quei giorni e spesso ho pensato che quella potesse essere l’occasione giusta per tutti noi di migliorare, un monito per far bene, ricordarci quanto avevamo toccato il fondo e risalire più forti di prima.

    Col passare dei giorni però mi rendevo conto che questa era una grande stronzata e grazie a qualche amico illuminato che costantemente ripeteva “non illuderti, non cambieremo” questa tesi andava via via per concretizzarsi.

    Ebbene si, non siamo cambiati, non siamo migliorati, l’umanità è sempre la stessa e in alcuni casi forse è pure peggiorata.

    Ma non sono rimasto deluso, devo ammetterlo. La mia dolce utopia è durata il tempo giusto per coltivare all’interno del mio appartamentino di 80 mq nuovi sogni di gloria soprattutto per me stesso e una nuova vita lavorativa per esempio.

    Dal primo luglio ho iniziato una avventura che mi sta dando grandi soddisfazioni, ma chiaramente è solo l’inizio e quindi come sempre “testa bassa e pedalare”.

    Però se mi permettete una cosa vorrei dirla: credete nei vostri sogni, guardate in faccia la realtà, prendete in mano la vostra vita, iniziate a considerare quell’approccio positivo di cui vi parlano tutti come una priorità e non un’opzione. Cominciate a farlo e noterete che dentro di voi qualcosa cambierà, sentirete una nuova energia che vi porterà a raggiungere grandi risultati e troverete il coraggio di fare cose che avete sempre pensato di fare ma che non avete fatto mai.

    E’ il momento giusto per tirare fuori dal cassetto quei sogni impolverati che sono lì da un po’, e fatelo soprattutto per voi.

    Credeteci e nel frattempo seguitemi, ho voglia di raccontarvi una storia.

    Ci sentiamo presto.

    Daniele Gareri

     

  • Cortile interno

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    Un tavolo con vista sul cortile interno di un bel condominio in pieno centro storico. Una tazza di caffè che ormai si sta raffreddando ed il portatile che come un fedele scudiero mi accompagna. Lou Reed ha deciso di riproporre il suo repertorio ed io non posso che acconsentire anzi, scelgo alcuni dei suoi pezzi topici. Sono al secondo piano e davanti a me la finestra è aperta. Quello che vedo è una schiera di finestre tutte uguali, con gli scuri amaranto, disposte in modo lineare su tre piani. Come dicevo, affaccia all’interno e dietro quelle finestre ci sono altre abitazioni, più o meno grandi e forse qualche ufficio. Questo palazzo una volta era un’unica abitazione è questo che mi suggerisce la struttura considerata la posizione centrale sopra i portici e l’entrata unica. Davanti a me una signora stende un paio di pantaloni ad asciugare. Una piccola edera prova ad aggrapparsi al davanzale della finestra, arranca e gli darò un po’ d’acqua, non penso sia secca ma fra poco controllerò meglio. C’è il sole. Continuo a bere il mio caffè e trasportato da questo mood leggo alcune notizie on line. In una delle finestre del terzo piano noto che anche le tende all’interno sono amaranto proprio come gli scuri e riconosco che sia stata una scelta cromatica felice, viste da fuori sono belle. Penso che la voce di Lou si stia diffondendo per tutto lo stabile, abbasso un po’ sia mai che qualcuno si infastidisca. Fuori c’è fresco, vado a prendere una camicia in ciniglia e me la butto sulle spalle pur di non chiudere la finestra. Nelle altre vedo tappeti appesi e abbigliamento di vario genere, a prendere aria. Parte un’aspirapolvere, è quasi mezzogiorno, sento rumori di stoviglie ed una pentola: qualcuno ha messo a bollire dell’acqua? Probabile. Sotto di me c’è il retro di un locale, la cucina inizia a prendere vita. Sento il profumo di carne e lo sfrigolare intenso di olio: è partita la friggitrice. Nel frattempo i raggi del sole cambiano angolatura e di conseguenza cambia la luminosità della stanza in cui mi trovo. Le ore passano velocemente: da quanto sono qui? Sto bene, è una bella sensazione, mi sembra di esserci sempre stato. Sento alcune voci provenire dagli appartamenti sottostanti. Sono già passate sei ore ma non lo so di preciso, non guardo più l’orario. Sento un cane abbaiare ma non capisco da dove arrivi, ormai le finestre sono chiuse. Nello spicchio di cielo che posso vedere noto le prime stelle al crepuscolo. Ora continuo a guardare le mie mani screpolate battere su questa tastiera, è un ritmo confortante. Mi sento bene mentre fluttuo in questa parentesi, sono sempre stato qui, forse è sempre stato il mio posto. Questi vestiti sono gli stessi che avevo quando è iniziato tutto, questa camicia, questi pantaloni. Mi fanno compagnia alcuni pensieri, si siedono al mio fianco e mi ricordano di quanto io sia fortunato, mi danno forza e come una nuova energia sento che finalmente è venuto il momento di staccare tutti e scalare la cima come quella volta che in bici da corsa arrivai lassù, proprio dove volevo essere. Tutto quello che ho e che sono è qui, dentro di me. Alzo lo sguardo ma fuori è sera, non vedo più nulla e non sento più nulla. Mi riscopro davanti ad uno specchio che questa mattina era una finestra vista cortile interno e rivedo un viso conosciuto. Continuo a scrivere.

    Daniele Gareri

     

  • Due parole in via Veneto

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    E’ l’ultima domenica del mese di marzo e la temperatura aumenta lievemente giorno dopo giorno. Finalmente la Primavera, se ne sente il profumo leggero, un sollievo adesso che l’orario è cambiato e un’ora di luce in più accompagnerà le nostre giornate. In sottofondo un po’ di musica mi esorta a mettere su una moka di caffè per assecondare il pomeriggio nel migliore dei modi. E’ decisamente una domenica di fine marzo, ideale per un giro in bici o chessò, una passeggiata in campagna.

    Sarebbe tutto perfetto se non fossimo nel bel mezzo di una quarantena di cui ho perso il conto dei giorni. La pandemia continua, invisibile, a mietere vittime nascosta all’ombra dei ciliegi in fiore. I bollettini delle 18 sono ormai un appuntamento fisso e sia il conto dei contagiati che dei morti non accenna a diminuire. Giorno dopo giorno aumentano anche i nostri dubbi, su quando usciremo e soprattutto come ne usciremo. Le giornate trascorrono silenziose, abbastanza simili le une con le altre, occupate comunque da una miriade di piccole o grandi cose che ognuno di noi ha scelto di fare. C’è chi cucina, chi legge, chi fa esercizi fisici, chi canta, chi dipinge, chi scrive, chi ha la possibilità di lavorare da casa, chi fa progetti per il futuro, chi cerca un lavoro, chi sistema casa, chi ascolta musica. La vita sta scorrendo lenta tra le mura di chi una casa ce l’ha, con un pensiero, pressochè costante, a chi in questo momento sta combattendo in prima linea e a quelle famiglie che in queste ore piangono le loro vittime.

    Oggi sono alla finestra, sto prendendo qualche appunto mentre osservo la via in cui abito, desolata, come tutti i giorni ormai. Mi concentro sui rumori e le voci che provengono dagli appartamenti attorno al mio. Sento stoviglie che vengono spostate, dialoghi più o meno accesi, e sorrido mentre ascolto una famiglia napoletana discutere in dialetto stretto, non so dirvi di preciso la zona di provenienza. Sotto di me un ragazzo con mascherina e passo veloce si appresta a rincasare, mentre davanti a me e dietro una tenda noto il mio vicino guardarmi. Faccio finta di nulla e continuo a scrivere. Dopo qualche minuto alzo nuovamente lo sguardo e lo ritrovo lì, sempre a guardarmi con più curiosità, quasi a voler leggere i miei appunti (nulla di che, una sorta di diario). Gli sorrido e abbasso lo sguardo intento a finire la frase per non perdere il filo. Finisco e vado a capo, riguardo verso la finestra ora aperta e trovo due coniugi, non piú solo uno, a guardarmi. Saluto sorridendo e loro ricambiano chiedendomi come sto. Iniziamo a parlare e, cercando di trovare tutta la positività che mi caratterizza ma che in questi giorni è andata nascondersi da qualche parte dentro di me, provo a rincuorarli e fargli un po’ di compagnia per quanto mi sia possibile da una finestra all’altra. Noto la loro preoccupazione che non è molto diversa dalla mia, ma soprattutto, la voglia di parlare e di scambiare due parole. Ho detto loro di non avere paura, che tutto passerà sicuramente, che ci vorrà del tempo, ma che si sistemerà tutto e mentre lo dicevo a loro, lo ripetevo a me stesso. Mi dicono che ascoltano la musica che metto su tutte le mattine e mi chiedono se ho il riscaldamento acceso visto che sono sempre in maniche corte e finestre aperte. Rispondo che no, il riscaldamento lo accendo solo alla sera e sto in maniche corte perchè ho caldo ma in un attimo mi trattengo dal ridere al pensiero di questi due simpatici signori che osservano la mia quotidinità mentre per esempio canto a squarciagola o ballo scoordinatissimo in mutande. Si faranno sicuramente grasse risate, e va bene cosi.

    Questo contatto di pochi minuti da una finestra all’altra mentre il sole di fine marzo scalda nostri volti e una brezza leggera spazza via i pensieri negativi, a loro e a me, ha contribuito a cambiarmi la giornata. Ricordando loro che le mie finestre sono sempre aperte (in questi giorni la temperatura lo permette) nel caso abbiano bisogno, ci siamo salutati molto più sereni, come se questo breve scambio sia stata una boccata d’aria fresca e rigenerante.

    {Dopo pochi minuti ripassava l’altoparlante che ricordava di stare in casa e mettendomi a scrivere pensavo che la battaglia è ancora molto lunga, ma sicuramente ne usciremo.}

    Due parole in via Veneto.

    Daniele Gareri

  • covid19

    Sto lentamente perdendo il conto dei giorni, l’isolamente forzato comincia a fare il suo effetto confondendomi le idee.

    I social sono diventati l’unico modo per rimanere in contatto, un appiglio alla realtà. Le passeggiate sono state bandite, i parchi pubblici chiusi, ed ogni tipo di attività fisica è vietata. In casa si sta bene, la smart tv e la connessione internet iper veloce permettono una buona dose di distrazione, per non parlare della scorta di libri dei mesi scorsi: sta tornando utile. Mi guardo allo specchio e barba e capelli sono molto lunghi. Sto pensando di convertire il mio pallone da basket che guarda caso è un Wilson in un amico, per ingannare il tempo e smetterla di parlare con quello allo specchio. Abito in piazza ma non sento più nulla a parte le campane che scandiscono l’ora e qualche passante che velocemente raggiunge casa dopo aver fatto la spesa. Il virus continua a mietere vittime silenziosamente, solo ieri 470 in più del giorno prima.

    I primi giorni sono passati tra mille cose da fare ma ora cominciano ad insinuarsi i dubbi, anch’essi come virus invisibili, nelle piaghe della mia mente. Cosa succederà dopo? Dovrei seguire alcuni dei vostri consigli e non pensarci, ma mi è impossibile nonostante ci abbia provato. La realtà passa anche da qui. Un mio caro amico ha gia perso il suo lavoro, altri probabilmente lo seguiranno a ruota in queste settimane. Guardo fuori dalla finestra mentre scrivo e ripenso a quando è iniziato tutto. Mi mancano molto la mia famiglia e le persone più care, non saranno le videochiamate a sostituire gli abbracci.

    Alcuni non capiscono quanto siano fortunati avendo case grandi, giardini immensi, ogni tipo di confort. Altri invece vivono in monolocali umidi e poco luminosi, altri ancora in situazioni familiari difficili, donne e bambini indifesi, per esempio. L’isolamento durante le nostre dirette Instagram li sta uccidendo. E chi sta parlando dei morti? Sepolti senza nemmeno l’ultimo saluto. I nostri appartamenti sono diventati trincee dorate e le finestre feritoie da cui osserviamo un nemico invisibile. Nelle piazze svuotate le volanti a lampeggianti accesi controllano incessantemente la situazione. Negli occhi del mio dirimpettaio vedo la paura: un uomo solo avanti d’età barricato in casa “non esca per nessun motivo” è l’unica cosa che riesco a dirgli. Vorrei aggiungere un rassicurante “andrà tutto bene” ma decido di starmene zitto.

    Insomma, una situazione surreale.

    Sicuramente riusciremo a sconfiggere il virus e quando tutto passerà avremo modo di approfondire alcuni punti importanti quali il potenziamento del sistema sanitario, le infrastrutture e il personale ospedaliero, per esempio. Tre punti cardine che per ora reggono, ma sono al limite.

    Ora dobbiamo resistere, evitare i crolli mentali e fisici, continuare ad occupare il nostro tempo e aspettare.

    La cosa bella è che nonostante tutto in questi giorni continua a splendere il sole.

     

     

    d.g.

  • A Montmartre

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    A Montmartre ti potrai sedere guardando un pittore dipingere e non sapendo nemmeno che colori e che tela userà, apprezzerai comunque la sua tecnica mentre traccerà linee che alla fine risulteranno uno splendido ritratto del Sacré Coeur di lato. In quel momento potrai ringraziare qualcosa o qualcuno per la bellezza in cui ti sei ritrovato una domenica mattina di gennaio, con una baguette nello zaino ed un cappotto nero. E mentre il pittore dipingerà, più in là un musicista suonerà la sua fisarmonica ed un cameriere abilissimo si destreggerà tra i turisti con due vassoi in mano dribblandoli come il più abile dei fantasisti franco-tunisini che hanno vestito la maglia della nazionale francese.I bar saranno affollati, sentirai parlare perlopiù in francese e ti farai cullare da quella lingua dolce come le anse della Senna. Apprezzerai inoltre le lucine accese sulla piazzetta nonostante il tiepido sole ed un abitante di Montmartre, un signore sulla settantinta, ti potrà riferire che la Place du Tertre continua a preservare il suo fascino nonostante i turisti la prendano d’assalto in ogni periodo dell’anno. Ti dirà poi che tutte le mattine l’attraversa per andare a comprare il pane nella boulangerie lì in angolo e chiedendoti quanto tempo ti fermerai a Parigi, comunicherai con lui in un mix di francese e inglese (naturalmente solo se non sei così bravo con le lingue). Ad ogni modo riuscirai a farti capire perché la tua curiosità vincerà sempre e sarà un utile promemoria per tutte le volte che ti sposterai dai tuoi comodi confini. Uscendo dalla piazzetta ti imbatterai in un dedalo di vie piene di minuscole botteghe di vecchi pittori con quadri esposti e appesi ai muri, ma anche librerie bellissime con volumi ingialliti e prime stesure rilegate a mano. Ti sentirai bene, avrai voglia di scrivere e quella piccola fiammella che brucia sempre aumenterà, scaldandoti ancora di più. Avrai il bisogno di esprimerti, che è un bisogno primordiale e che è da stupidi soffocare. Mentre camminerai veloce ti ritroverai davanti alla basilica del Sacre Coeur e girandoti, ti mancherà il fiato vedendo finalmente tutta la città dall’alto. Rimarrai fermo a guardarla in mezzo a tante altre persone che saranno su quella gradinata insieme a te. Penserai a quanta poesia s’inseguiva tra quelle strade durante la belle epoque, ti chiederai se chi le ha dato il nome di Ville Lumierè non fosse proprio su quella scalinata, al tramonto, mentre la città iniziava ad accendersi. Riprenderai poi il cammino e perdendoti ti ritroverai in una piazzetta minuscola, tutta in discesa con quattro panchine sistemate davanti ad una breve scalinata su cui due giovani musicisti hanno deciso di esibirsi. Ecco, potrà essere il momento giusto per fare i conti con alcune cose che hai lasciato in sospeso. Lo farai riprendendo in mano il tuo quaderno preferito e come sempre annotando ogni cosa. Su quella stessa panchina si accomoderanno due giovani ragazzi francesi e penserai ad uno di quegli stereotipi classici su Parigi e l’amore, ed allora ammetterai che mancava solo questo, ma ti farà piacere vederli abbracciati mentre si sussurreranno parole dolci. E tu ti troverai lì accanto con un quaderno in mano, una penna, due musicisti in sottofondo ed inizierai a scrivere una storia che poi non sarà altro che la storia di un uomo che aspettava alla fermata di Abbesses la donna con cui avrebbe voluto passare il resto dei suoi giorni, in una domenica mattina di gennaio a Montmartre, nel più tipico dei cliché.

    d.g.

     

  • Nell’aria

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    Libero nell’aria, oltrepassando i confini, nel blu infinito, tra le nuvole e stormi d’uccelli neri come a voler rallentarti ma tu stai accelerando e poi plani tra le montagne, segui le correnti, aumenti.

    Le tue grandi ali fendono l’aria come mai prima d’ora. Sei solo e stai volando sopra le città che sognavi da piccolo, all’orizzonte il mare. Sei veloce, cosi veloce che non senti più nulla, le voci, i rumori, le scuse; sei talmente veloce da non lasciare traccia del tuo passaggio, cosi veloce da non guardarti più indietro, sei cosi veloce da perdere il senso del tempo e intanto segui il flusso e le correnti che ti portano lontano e senza dire una parola saluti il mondo da lassù.

    Accarezzi il cielo infinito che ti accoglie e finalmente sorridi hai lasciato stare tutte quelle perdite di tempo, gli sguardi di compatimento, la supponenza di chi vuole insegnarti a stare al mondo, hai messo da parte il marcio, sei volato quassù per vederci meglio, per liberarti da quel senso di soffocamento che provi quando non credi in te stesso, ma ora che hai spiegato le ali stai volando, ti stai curando, le tue ferite si rimargineranno, il tempo di un viaggio, il tempo del viaggio, mentre planando disegni forme indecifrabili agli altri tranne che a Lei.

    Vi auguro un 2019 pieno di vita.

     

    d.g.

  • Mustang pt.2

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    Ormai è notte e mancano poche miglia a Tulsa. Sulla mother road viaggiano veloci e in silenzio si guardano. Sfrecciano lasciandosi alle spalle stazioni di servizio desolate, luci fioche e porte semi aperte. I cartelli stradali anneriti dallo smog sono a malapena visibili ma non servono indicazioni perchè la loro prossima destinazione è proprio lì davanti. Ampie curve anticipano lunghissimi rettilinei in cui la Mustang dà il meglio di se’. Camionisti assonnati conducono i loro mezzi a passo lento ed i rimorchi sussultano ad ogni asperità della strada, come se danzassero. Sorpassando, il rombo del motore accende la notte aumentando progressivamente come a voler ribadire un solo ed unico concetto: carattere, quello di cui hanno bisogno per affrontare la tempesta.


    Si erano conosciuti una sera d’aprile in un locale affollato.

    Lui l’aveva già vista in quel piccolo teatro di paese. Era sul palco, meravigliosa con l’acconciatura e gli abiti di scena dell’ottocento ispirati ad uno spettacolo di Oscar Wilde. Una dizione perfetta ed uno stile da far impallidire la più brava delle attrici di Hollywood. Sorseggiava una birra e guardava distratto il telefono. Un gioco di sguardi cercato e quei pochi metri che li separavano diventavano in un attimo la loro comfort zone, il loro posto sicuro. Un’energia nuova finalmente lo investiva. Non era stato facile sopportare il dolore e le parole-troppe-di chi aveva sempre un “buon consiglio” da dare. Aveva perso il conto delle notti insonne e delle parole scritte su carta sgualcita raccattata qua e là, frasi riciclate e aforismi in cui trovare un appiglio. Quei ricordi svanivano in un attimo, il tempo in cui lei si alzava di scatto e si dirigeva verso di lui. Era bellissima e bastavano poche parole scambiate velocemente per posare la prima pietra. Iniziava così.

    Lei, camminando verso di lui, prendeva coscienza del fatto che finalmente poteva parlargli. Sapeva già tutto ma sarebbe stato troppo azzardato dirlo ora, inoltre scoprire le carte prima di iniziare la partita non era una buona mossa, pensava. Ma qual era la posta in palio qui? Per quanto fosse intenso il momento, nulla era ancora stato scritto. C’era qualcosa in lui di contagioso, proprio per lei che da anni in silenzio nascondeva la sua parte migliore, il suo lato più bello. Si era accontentata di una vita che le stava troppo stretta e di una vita che per quanto fosse agiata, non era quella che aveva sempre desiderato. Sul palco dava tutta se stessa, sotto i riflettori era lei con la sua parlantina veloce, calandosi in quelle parti che per due ore la facevano sentire realizzata, un’altra persona. Ma non poteva più fingere. Pochi metri al primo vero incontro, in una tiepida sera di aprile, in un piccolo locale di paese. Iniziava così.


    Tulsa è una piccola città dell’Oklahoma e da qui passa la Route 66. Decidono finalmente di fermarsi. Hanno bisogno di una doccia, una cena, e un buon sonno ristoratore. Avendo racimolato qualche soldo non possono permettersi granchè a parte un motel che sarà abbastanza per una notte sola e non hanno intenzione di rimanere fermi per troppo tempo. La ragazza alla reception chiede i loro documenti evidentemente scocciata dopo essere stata interrotta mentre parlava al telefono. Una moquette sgualcita e quattro poltrone si presentano all’ingresso, la sala d’aspetto in cui non vorresti aspettare nessuno, nemmeno per un minuto. Subito dopo aver preso nota dei loro nomi li accompagna al primo piano salendo una scala esterna che dà proprio sul parcheggio. La Mustang è lì, ancora calda. Arrivati davanti alla porta la apre e senza troppi fronzoli lascia le chiavi ai ragazzi salutandoli velocemente. La stanza è poco illuminata e poco accogliente, ma pulita. Lasciano a terra i borsoni e finalmente si abbandonano in un lungo bacio. E’ una notte stellata a Tulsa e qualche macchina rompe il silenzio di tanto in tanto. Sono liberi.

    “Finalmente ci siamo Hailey”

    “Si, finalmente siamo io e te, Dean”

    continua….

    Daniele Gareri

  • Mustang

    Route 66 motorbike riders.

    Il motore della macchina è ancora caldo, intorno il nulla.

    La lingua d’asfalto procede verso l’orizzonte e le linee gialle che delimitano le corsie, brillano sotto il sole cocente. Sfrecciano alcune Harley con i loro grandi borsoni in pelle e qualche camion con rimorchio dal passo lento e pesante. Lei ha una bandana con cui si è legata i capelli e degli occhiali da sole a specchio, un paio di jeans aderenti ed una maglia a maniche corte bianca. Il cielo è azzurro e si riflette sui suoi occhiali. Lui è appoggiato alla macchina e la sta guardando senza farsi notare con le mani in tasca.

    La cabrio è una Mustang del 68, bellissima. Stanno viaggiando da giorni ed ora si sono fermati sgranchendosi un po’ le gambe e godendosi il silenzio. La ragazza si è sdraiata sul cofano ancora caldo e guarda all’insù. Lineamenti perfetti, capelli biondi, ed un sorriso sublime di quelli che non smetti di guardare nemmeno se lo vuoi. Da giorni parlano ininterrottamente ma ora rimangono in silenzio. Non ci sono telefoni che squillano, messaggi a cui rispondere o social da aggiornare. Solo loro due, una strada e le montagne all’orizzonte. Lui ora si sdraia accanto a lei. Si guardano e negli occhi la passione dentro due vite che finalmente rinascono. Al diavolo il tempo perso rincorrendo sogni ed obbiettivi imposti da altri, al diavolo le parole e i contratti, al diavolo quegli stupidi traguardi imposti come scadenze che uccidono silenziosamente quella stessa passione di cui loro hanno necessariamente bisogno.

    Ora c’è solo un caldo intenso, di quelli che ti prendono dal più profondo angolo del tuo corpo. Le giornate da queste parti durano a lungo: arriverà il tramonto e la notte sarà fredda, ma avranno modo di farsi coraggio. Adesso è solo il tempo giusto per vivere queste emozioni: chi non sa, non può capire. Si abbracciano ed hanno il cuore a mille. L’asfalto è bollente e le note di quella famosa canzone scivolano via veloci, non possono fare altro che ascoltarle sorridendo. Cercano la complicità nel nulla più assoluto, su una strada deserta, mani tra le mani, occhi negli occhi. Spogli di ogni presunzione ma con l’unica certezza di avere a fianco qualcuno con cui viaggiare e andare lontano.

    Accelerando sulla route 66.

     

    continua…

    Daniele Gareri

     

  • Cronache dal fronte est.

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    Gli ultimi inverni sono stati più freddi del solito.

    Nel tardo pomeriggio avete preso il borsone in pelle con vestiti pesanti, qualche ricordo ed una sola foto scattata tempo fa in una località di mare con un canale che attraversa il paese. Ingiallirà nel tempo in mezzo alle parole non dette. Le festività all’orizzonte sono l’ennesimo miraggio che vorreste evitare, la carta da parati colorata che ricopre le crepe sempre più grandi dell’intonaco a tratti ammuffito nelle case abbandonate. Non piove, non nevica, c’è solo molto freddo. Il vento ha ripulito l’aria portandosi via tutto, ma non è il momento della resa e nascosti tra le trincee i sogni che non svaniscono. Uomini e donne bussano alla porta, figure malnutrite chiedono aiuto cercando un appiglio: aprite le porte. Entrano ed escono velocemente, portano via tutto e lasciano in bocca il sapore amaro di un piatto di verdure selvatiche. S’impossessano di quello che possono e scappano -non si sa dove-  dileguandosi nel buio. Questione di secondi. Le mani sono tagliate e le nocche sanguinano, finalmente un po’ di calore. Un calore effimero però, che fa male. Sistemati alcuni libri ingialliti dal tempo, avete tenuto solo gli appunti di viaggio in cui annotate ogni piccolo dettaglio in meticoloso silenzio. Un paesaggio desolato e martoriato dalle bombe di una vita intera. Solchi nella terra e abitazioni in parte crollate. I buchi dei fucili d’assalto sui muri e qualche scarpa spaiata sul ciglio dell’unica strada percorribile. L’alternanza tra il giorno e la notte si fa sempre più sottile, poche ore per dormire. Cappotti in lana scuri, portati come armature: fuori fa freddo. Capelli legati ed occhi grandi, nei lunghi silenzi nessuno si muove. Ci si osserva, ci si studia. Parole accostate l’una accanto all’altra come queste, unite solo da un’immagine chiara ed eloquente. Il grigio dell’inverno con le sue sigarette fumate in fretta mentre in lontananza forti esplosioni ancora e minareti che richiamano i fedeli. La paura si è insinuata nei meandri più nascosti. Chiusi in un guscio di indifferenza ed impassibili ai sentimenti come gioia, amore, felicità, correte sul fronte est. Stop

    E poi all’improvviso sul ponte, due ragazzi fanno qualcosa di strano: si prendono per mano, si accarezzano, si abbracciano. Inariditi guardate la scena senza proferire parola. Un rallentamento del tempo improvviso e un rumore strano al centro del petto, come un battito regolare che lentamente riprende. Non si sente più nulla ora a parte qualche eco lontano. Continuano a guardarsi negli occhi i due, ed ora sono più vicini. Non lo faranno davvero – si pensa – gesti cosi rivoluzionari e pericolosi, fermateli! Ma loro sono sempre più vicini e,  con una smorfia sul viso, sussurrano qualcosa. I battiti aumentano tra agitazione ed uno strano calore dentro. I cecchini appostati sui tetti sono pronti a fare fuoco, ipnotizzati però da quegli strani gesti, rimangono immobili. Labbra che si sfiorano piano e si avvicinano, danzando come un walzer sul ponte tra gli echi di morte e dolore che si stanno affievolendo. Ed ora a pochi millimetri, si toccano queste bocche, entrano in contatto. Cercate di capire perché si stringono cosi forte quasi a non lasciarsi andare e nel cercare risposta ricominciate a respirare, riprendendo coscienza, scrollandovi di dosso lo strano torpore in cui siete caduti. Da lontano qualcuno grida – un ba..un Bacio!- e nello stupore generale, il sole rinasce sul desolato fronte est. Stop

    -cronache dal fronte est-

    Daniele Gareri

  • Andare

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    Nelle notti d’ottobre il tempo è freddo, a volte piove ed il vento fa cadere le prime foglie.

    In queste serate lo stereo passa sempre la canzone giusta, un po’ come Neil Young in “Certe Notti” di Luciano. Acceleri e provi a superare pensieri, preoccupazioni, problemi, ma per quanto tu possa accelerare loro rimangono lì a fare a pugni con quella felicità che a fatica cerchi di proteggere come qualcosa di fragile e indifeso che sai, potrebbe spezzarsi all’improvviso, all’inizio, quando non si è ancora affermata.

    Comunque dicevamo che in queste notti d’ottobre si guida veloci ma non troppo, alzando un po’ d’acqua dall’asfalto bagnato e scivoloso ed in lontananza quella leggera foschia che, col passare della notte si trasformerà in vera e propria nebbia, ti avvolgerà e ti isolerà dal mondo per qualche ora. Quindi provi a muoverti e cerchi di essere preciso nelle curve, senza distrarti troppo consapevole del fatto che hai un solo obbiettivo: raggiungere destinazione.

    Nel viaggio però saranno tante le cose che ti faranno desistere, e devi essere bravo perché se ti distrai, se ti fai condizionare, se cambi il tragitto a destinazione non ci arriverai mai. Lasciale da parte quelle cazzate, non ti servono. Non ti serve nemmeno questa corazza spessa che ti può aver protetto da qualche delusione a volta ma che ora ti sta solo appesantendo rallentandoti in un viaggio che, non è cronometrato certo, ma su cui non puoi nemmeno adagiarti troppo.

    Ma, “si viaggiare” cantava Lucio, e la tua guida devi migliorarla, addolcirla evitando le buche, perché l’idea di uscire di strada non è il massimo. Insomma, io so che ci stai metto del tuo a guidare questa macchina e fai bene a non promettere grandi cose ma solo un viaggio tranquillo e affidabile.

    Chi vuole salire lo farà, il serbatoio è pieno la macchina e veloce e anche la Chapman in “fast car” lo dice

    “You got a fast car
    I want a ticket to anywhere
    Maybe we make a deal
    Maybe together we can get somewhere
    Any place is better
    Starting from zero got nothing to lose
    Maybe we’ll make something
    Me myself I got nothing to prove..” 

    che da dimostrare non c’è proprio nulla, ma nel caso, insieme si può andare ovunque.

    E tu comunque vai, come hai sempre fatto, ormai ti conosco bene.

     

    Daniele Gareri