storie

Riprese vita

“la Bassa” San Bernardino 2017

Il giugno caldo di quell’anno aveva portato con sé molta più afa di quanto gli abitanti del posto erano abituati a sopportare. Si sa, la bassa con il suo grande fiume è caratterizzata dalla consistente presenza di zanzare, moscerini, mosche, che ben amalgamate all’umidità, rendono l’aria pesante ricordando a chi ci nasce o a chi si trova di passaggio, che queste terre grasse e prosperose non sono mai emerse del tutto dalle acque torbide delle paludi.

L’intorpidimento dopo gli ultimi anni stancanti sia psicologicamente che fisicamente, si stava via via disperdendo. Tra le strade bianche delle golene passando dalle case cantoniere e dalle chiaviche della bonifica che regolano i flussi d’acqua in tutti i campi della bassa, scorreva una nuova energia. In particolare davanti ad una rimessa degli attrezzi due amanti avevano riprovato un senso di libertà a lungo desiderato.

A causa del virus i contatti fisici erano stati limitati favorendo i rapporti a distanza e rimanevano solo alcuni ricordi che ognuno cercava di ordinare per riprendere un cammino bruscamente interrotto. I due quindi decidevano di trovarsi davanti a quella rimessa raggiungibile da un lungo stradone, fiancheggiato da alti pioppi e immerso nella campagna. Dapprima titubanti, indossando ancora una mascherina che era ormai diventata parte indissolubile del corpo nonostante il virus fosse stato sconfitto, cercavano di lasciarsi andare. Le biciclette impolverate da mesi di fermo e appoggiate velocemente alla rimessa, sembravano abbandonate ad un destino infelice che si contrapponeva a quello che stava succedendo lì accanto. Era un pomeriggio caldissimo ed entrambi indossavano vestiti leggeri. Si intravedevano facilmente i corpi impigriti dalla routine forzata casa-lavoro, ma quello che non si poteva vedere ad occhio nudo era il desiderio forte ed echeggiante nei loro animi ancora frastornati. D’un tratto-viso a viso-toglievano la mascherina.

Un fremito percorreva le loro schiene un po’ curve, poste in avanti per scrutare meglio l’altro come se fossero dinnanzi ad esseri del tutto nuovi. Quel pomeriggio insieme ai loro corpi sudati, all’afa di giugno, al desiderio impronunciabile d’amore che alcuni parafrasavano alle più curiose spiegazioni, sostenendo perfino che non sarebbe mai più esistito, prendeva il sopravvento una ritrovata emozione che li accompagnava facendoli rincontrare in un bacio appassionato. Si annusavano, disegnando sui reciproci volti linee leggere con le dita, sfiorandosi appena gli occhi per non offuscare questa nuova vista e scivolando fino a perdersi senza spostarsi da quel luogo mescolando profumi, odori e sensazioni dimenticate.

Le labbra che si riconciliavano non erano solo le loro: erano le labbra secche e inaridite di generazioni intere che riprendevano vita lentamente, spoglie delle poche certezze che avevano ereditato negli anni antecedenti al grande virus. Nelle mani che si stringevano c’era la forza consapevole di poter cambiare le regole, strappare quella patina ipocrita che ricopriva una società che aveva fatto del successo a breve termine, dell’opportunismo, della beneficenza elettorale (e altre milioni di cose), pilastri imprescindibili di una realizzazione personale, avvelenandone i pozzi. Ma quel mondo finto era emerso durante la grande pandemia e il lato peggiore di ognuno si era palesato. Con la possibilità di gettare nuove basi, più solide, più vere, quell’atto iniziato con un bacio era l’antesignano destinato forse a soccombere, ma coraggioso nel protrarsi in avanti tracciando una nuova rotta. Il fermento non era solo culturale, ma umano.

Rimanevano così i due amanti, uniti nel caldo giugno di quell’anno promettendosi di riscoprire l’amore non per come gli era stato raccontato fino ad allora, ma in modo nuovo, genuino, vero, dopo lunghi anni passati a desiderarsi senza potersi davvero toccare.


Nella penombra continuavano insaziabili, sempre più affamati, incuranti del comune sentire. Non avevano tempo per dedicarsi al vociare persistente e invidioso di chi per troppo tempo aveva represso ogni desiderio, anche il più piccolo, trincerandosi dietro a quella assurda pantomima a cui l’essere umano si lega, s’incatena, s’imprigiona, fatta di stereotipi, stati sociali, apparenze. La stessa che rigettavano e come loro tanti altri, rialzando finalmente la testa tra le macerie di un mondo caduto in disgrazia ma pronto come mai prima di allora, ad essere ricostruito, libero una volta per tutte.

Ogni cosa riprese vita.

Daniele Gareri

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Estate 20

good morning (9)

Agosto 2020

Stasera è la serata giusta per scrivervi visto che negli ultimi mesi, dopo la grande chiusura, ho trascurato questo mio fantastico spazio.

Facciamo ordine: vi avevo raccontato alcune cose durante il lockdown, esperienze quotidiane e pensieri personali. Ho vissuto emozioni contrastanti durante quei giorni e spesso ho pensato che quella potesse essere l’occasione giusta per tutti noi di migliorare, un monito per far bene, ricordarci quanto avevamo toccato il fondo e risalire più forti di prima.

Col passare dei giorni però mi rendevo conto che questa era una grande stronzata e grazie a qualche amico illuminato che costantemente ripeteva “non illuderti, non cambieremo” questa tesi andava via via per concretizzarsi.

Ebbene si, non siamo cambiati, non siamo migliorati, l’umanità è sempre la stessa e in alcuni casi forse è pure peggiorata.

Ma non sono rimasto deluso, devo ammetterlo. La mia dolce utopia è durata il tempo giusto per coltivare all’interno del mio appartamentino di 80 mq nuovi sogni di gloria soprattutto per me stesso e una nuova vita lavorativa per esempio.

Dal primo luglio ho iniziato una avventura che mi sta dando grandi soddisfazioni, ma chiaramente è solo l’inizio e quindi come sempre “testa bassa e pedalare”.

Però se mi permettete una cosa vorrei dirla: credete nei vostri sogni, guardate in faccia la realtà, prendete in mano la vostra vita, iniziate a considerare quell’approccio positivo di cui vi parlano tutti come una priorità e non un’opzione. Cominciate a farlo e noterete che dentro di voi qualcosa cambierà, sentirete una nuova energia che vi porterà a raggiungere grandi risultati e troverete il coraggio di fare cose che avete sempre pensato di fare ma che non avete fatto mai.

E’ il momento giusto per tirare fuori dal cassetto quei sogni impolverati che sono lì da un po’, e fatelo soprattutto per voi.

Credeteci e nel frattempo seguitemi, ho voglia di raccontarvi una storia.

Ci sentiamo presto.

Daniele Gareri

 

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Cortile interno

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Un tavolo con vista sul cortile interno di un bel condominio in pieno centro storico. Una tazza di caffè che ormai si sta raffreddando ed il portatile che come un fedele scudiero mi accompagna. Lou Reed ha deciso di riproporre il suo repertorio ed io non posso che acconsentire anzi, scelgo alcuni dei suoi pezzi topici. Sono al secondo piano e davanti a me la finestra è aperta. Quello che vedo è una schiera di finestre tutte uguali, con gli scuri amaranto, disposte in modo lineare su tre piani. Come dicevo, affaccia all’interno e dietro quelle finestre ci sono altre abitazioni, più o meno grandi e forse qualche ufficio. Questo palazzo una volta era un’unica abitazione è questo che mi suggerisce la struttura considerata la posizione centrale sopra i portici e l’entrata unica. Davanti a me una signora stende un paio di pantaloni ad asciugare. Una piccola edera prova ad aggrapparsi al davanzale della finestra, arranca e gli darò un po’ d’acqua, non penso sia secca ma fra poco controllerò meglio. C’è il sole. Continuo a bere il mio caffè e trasportato da questo mood leggo alcune notizie on line. In una delle finestre del terzo piano noto che anche le tende all’interno sono amaranto proprio come gli scuri e riconosco che sia stata una scelta cromatica felice, viste da fuori sono belle. Penso che la voce di Lou si stia diffondendo per tutto lo stabile, abbasso un po’ sia mai che qualcuno si infastidisca. Fuori c’è fresco, vado a prendere una camicia in ciniglia e me la butto sulle spalle pur di non chiudere la finestra. Nelle altre vedo tappeti appesi e abbigliamento di vario genere, a prendere aria. Parte un’aspirapolvere, è quasi mezzogiorno, sento rumori di stoviglie ed una pentola: qualcuno ha messo a bollire dell’acqua? Probabile. Sotto di me c’è il retro di un locale, la cucina inizia a prendere vita. Sento il profumo di carne e lo sfrigolare intenso di olio: è partita la friggitrice. Nel frattempo i raggi del sole cambiano angolatura e di conseguenza cambia la luminosità della stanza in cui mi trovo. Le ore passano velocemente: da quanto sono qui? Sto bene, è una bella sensazione, mi sembra di esserci sempre stato. Sento alcune voci provenire dagli appartamenti sottostanti. Sono già passate sei ore ma non lo so di preciso, non guardo più l’orario. Sento un cane abbaiare ma non capisco da dove arrivi, ormai le finestre sono chiuse. Nello spicchio di cielo che posso vedere noto le prime stelle al crepuscolo. Ora continuo a guardare le mie mani screpolate battere su questa tastiera, è un ritmo confortante. Mi sento bene mentre fluttuo in questa parentesi, sono sempre stato qui, forse è sempre stato il mio posto. Questi vestiti sono gli stessi che avevo quando è iniziato tutto, questa camicia, questi pantaloni. Mi fanno compagnia alcuni pensieri, si siedono al mio fianco e mi ricordano di quanto io sia fortunato, mi danno forza e come una nuova energia sento che finalmente è venuto il momento di staccare tutti e scalare la cima come quella volta che in bici da corsa arrivai lassù, proprio dove volevo essere. Tutto quello che ho e che sono è qui, dentro di me. Alzo lo sguardo ma fuori è sera, non vedo più nulla e non sento più nulla. Mi riscopro davanti ad uno specchio che questa mattina era una finestra vista cortile interno e rivedo un viso conosciuto. Continuo a scrivere.

Daniele Gareri

 

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libertà

I ragazzi, i marinai

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I due ragazzi sono partiti incrociando le labbra, baciandosi piano.

Le luci del porto si allontanano, i marinai iniziano il loro viaggio.

Sognano un approdo sicuro nella tempesta quotidiana. Giovani e pieni di vita, sussurrano parole che sanno di speranza (in una creuza sul mare immaginario d’una giornata d’ottobre fresca e umida, s’erano fatti una promessa guardandosi negli occhi). Ora, suoni d’oriente accompagnano i marinai che hanno iniziato a viaggiare e pieni di vita abbandonano casa con un po’ di nostalgia ma tanta voglia di vivere. E’ un viaggio duro, pieno di sale negli occhi, fatto di scivoloni su banchine umide e di sbronze emotive. Giornate che iniziano prima dell’alba tirando funi troppo pesanti ed issando vele gonfie d’un vento che un giorno ti spinge a largo e l’altro ti blocca. Un viaggio in mare è un sacrifico.

I due ragazzi continuano a baciarsi tenendosi stretti, evitando che le onde possano travolgerli. Uniti, non affondano, uniti navigano spediti. Solcano questi mari affollati e pieni di insidie, di mani traditrici, di arrivisti ben vestiti, di parolai gesticolanti mezzi diavoli e mezzi santi. Ah!Ma questi due ragazzi si scambiano libri e al loro interno, due cuori che rinsaviscono. Che dono, il più importante. Gli occhi parlano e rispecchiano una chiesa sul mare, la costa ligure e le barche a vela. , avevano deciso di partire insieme. Nei loro occhi sogni conquistatori, poco avvezzi ai compromessi, dai caratteri ruvidi e spigolosi. Come i ragazzi, come i marinai. I gabbiani volano danzando sopra di loro, l’acqua diventa sempre più blu e più profonda, le notti sono più scure e la solitudine li avvolge.

Ma non hanno più paura. I ragazzi hanno preso il largo, come quei marinai che partono.

Daniele Gareri

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