Tornanti interiori

Questo è un racconto a cui tengo molto. È nato in moto, ma parla di qualcosa che va oltre la strada: parla di presenza, concentrazione, fatica, e ritorno a sé. Fa parte di un progetto più ampio, una raccolta narrativa in corso. Per adesso, lo condivido qui, nel luogo da cui tutto parte.

Tornanti interiori

Prima. Seconda. Terza. Quarta. Una leggera esitazione. La curva si apre, esce veloce dal bosco fitto e scuro. Quinta, poi sesta. Il numero di giri sale. Il sole dietro la montagna scalda l’asfalto. Schizzano via i pensieri, si sciolgono le incertezze. Il rombo del motore è un innesto adrenalinico. Sveglia sensazioni ancestrali, mai provate fino ad ora. Mi abbasso appena, l’aria mi spinge via mentre accelero. Le gambe cingono il serbatoio, i piedi restano saldi a pochi centimetri dall’asfalto. Il casco integrale e la visiera a specchio coprono il mio volto concentrato. Ci siamo.

La successione di curve si fa più impegnativa. Salgo, la vegetazione si inasprisce. Scorgo le rocce ai lati della strada. La velocità diminuisce. Serve tecnica. Non è mai stato questione di chi arriva per primo. È questione di come ci arrivi. Distribuisco il peso a ogni curva, trattengo il fiato a ogni staccata. Posso farcela. Non sento altro che i giri del motore variare a ogni scalata. Quel rombo non ha nulla di umano. Eppure entra dentro, si sincronizza con i battiti del cuore. È un tutt’uno. Diventa musica. Il corpo vibra così. Non sei solo, ma sei tu a comandare. Ogni gesto conta. Ogni movimento ha un senso. È una danza arcaica, fatta di pieghe e frenate. Un antico rito.

La vista è paradisiaca. Mi chiedo se appartengo ancora a questa realtà o sono stato catapultato altrove, come nei film sci-fi che amo tanto. Ho ritrovato la concentrazione, dopo anni di distrazioni. È da qui che riparto. Respiro. Rilascio la frizione. Il tempo si dilata, non so più quantificarlo e nemmeno mi importa. Sto fluttuando sull’asfalto. La successione di curve e tornanti impone rispetto. È attesa, è tensione. Non sai cosa ti aspetta, ma ti prepari lo stesso. È l’unico modo.

In quell’apparente equilibrio, però, a un tratto una lacrima improvvisa scivola dietro la visiera, poi un’altra e un’altra ancora. Il corpo si arrende al presente. Davanti scorrono le cose peggiori viste, subite, inflitte. Scelte sbagliate. Ogni curva è un promemoria. La vista si appanna. Lascio il gas. Il freno motore mi rallenta. Proprio ciò che non volevo. Sto perdendo il ritmo. Ho pochi secondi. Un bivio, l’ennesimo. Devo reagire. Sbandata. Poi la mano stringe il gas. Scarica potentissima. La ruota si alza. Riprendo il controllo. Alzo la visiera, asciugo il viso. Questione di secondi. Il passo non vuole distrazioni. Non vedo altro che la curva cieca che sale. Non so cosa ci sia oltre. Un’altra prova.

Apro il gas. Prima, seconda, terza, quarta, quinta, sesta. Mano sinistra sulla frizione, piede sinistro inserisce la marcia, mano destra accelera, poi rilascia. La combustione sussulta nel motore. La marmitta scoppietta. Un’automazione perfetta, figlia dell’ingegno umano, eppure così istintiva da sembrare viva. I gesti si rincorrono, si intrecciano. Destra, sinistra. Il ginocchio accarezza l’asfalto. Le nuvole smorzano la luce. Ci sei solo tu.

Non vedi altro. Ti inerpichi, affronti ogni cosa. Hai ripreso il ritmo. E non ti fermi più.

Nota: questo racconto è parte di una raccolta narrativa in lavorazione. Versione non definitiva.

Daniele Gareri


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