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Riprese vita

“la Bassa” San Bernardino 2017

Il giugno caldo di quell’anno aveva portato con sé molta più afa di quanto gli abitanti del posto erano abituati a sopportare. Si sa, la bassa con il suo grande fiume è caratterizzata dalla consistente presenza di zanzare, moscerini, mosche, che ben amalgamate all’umidità, rendono l’aria pesante ricordando a chi ci nasce o a chi si trova di passaggio, che queste terre grasse e prosperose non sono mai emerse del tutto dalle acque torbide delle paludi.

L’intorpidimento dopo gli ultimi anni stancanti sia psicologicamente che fisicamente, si stava via via disperdendo. Tra le strade bianche delle golene passando dalle case cantoniere e dalle chiaviche della bonifica che regolano i flussi d’acqua in tutti i campi della bassa, scorreva una nuova energia. In particolare davanti ad una rimessa degli attrezzi due amanti avevano riprovato un senso di libertà a lungo desiderato.

A causa del virus i contatti fisici erano stati limitati favorendo i rapporti a distanza e rimanevano solo alcuni ricordi che ognuno cercava di ordinare per riprendere un cammino bruscamente interrotto. I due quindi decidevano di trovarsi davanti a quella rimessa raggiungibile da un lungo stradone, fiancheggiato da alti pioppi e immerso nella campagna. Dapprima titubanti, indossando ancora una mascherina che era ormai diventata parte indissolubile del corpo nonostante il virus fosse stato sconfitto, cercavano di lasciarsi andare. Le biciclette impolverate da mesi di fermo e appoggiate velocemente alla rimessa, sembravano abbandonate ad un destino infelice che si contrapponeva a quello che stava succedendo lì accanto. Era un pomeriggio caldissimo ed entrambi indossavano vestiti leggeri. Si intravedevano facilmente i corpi impigriti dalla routine forzata casa-lavoro, ma quello che non si poteva vedere ad occhio nudo era il desiderio forte ed echeggiante nei loro animi ancora frastornati. D’un tratto-viso a viso-toglievano la mascherina.

Un fremito percorreva le loro schiene un po’ curve, poste in avanti per scrutare meglio l’altro come se fossero dinnanzi ad esseri del tutto nuovi. Quel pomeriggio insieme ai loro corpi sudati, all’afa di giugno, al desiderio impronunciabile d’amore che alcuni parafrasavano alle più curiose spiegazioni, sostenendo perfino che non sarebbe mai più esistito, prendeva il sopravvento una ritrovata emozione che li accompagnava facendoli rincontrare in un bacio appassionato. Si annusavano, disegnando sui reciproci volti linee leggere con le dita, sfiorandosi appena gli occhi per non offuscare questa nuova vista e scivolando fino a perdersi senza spostarsi da quel luogo mescolando profumi, odori e sensazioni dimenticate.

Le labbra che si riconciliavano non erano solo le loro: erano le labbra secche e inaridite di generazioni intere che riprendevano vita lentamente, spoglie delle poche certezze che avevano ereditato negli anni antecedenti al grande virus. Nelle mani che si stringevano c’era la forza consapevole di poter cambiare le regole, strappare quella patina ipocrita che ricopriva una società che aveva fatto del successo a breve termine, dell’opportunismo, della beneficenza elettorale (e altre milioni di cose), pilastri imprescindibili di una realizzazione personale, avvelenandone i pozzi. Ma quel mondo finto era emerso durante la grande pandemia e il lato peggiore di ognuno si era palesato. Con la possibilità di gettare nuove basi, più solide, più vere, quell’atto iniziato con un bacio era l’antesignano destinato forse a soccombere, ma coraggioso nel protrarsi in avanti tracciando una nuova rotta. Il fermento non era solo culturale, ma umano.

Rimanevano così i due amanti, uniti nel caldo giugno di quell’anno promettendosi di riscoprire l’amore non per come gli era stato raccontato fino ad allora, ma in modo nuovo, genuino, vero, dopo lunghi anni passati a desiderarsi senza potersi davvero toccare.


Nella penombra continuavano insaziabili, sempre più affamati, incuranti del comune sentire. Non avevano tempo per dedicarsi al vociare persistente e invidioso di chi per troppo tempo aveva represso ogni desiderio, anche il più piccolo, trincerandosi dietro a quella assurda pantomima a cui l’essere umano si lega, s’incatena, s’imprigiona, fatta di stereotipi, stati sociali, apparenze. La stessa che rigettavano e come loro tanti altri, rialzando finalmente la testa tra le macerie di un mondo caduto in disgrazia ma pronto come mai prima di allora, ad essere ricostruito, libero una volta per tutte.

Ogni cosa riprese vita.

Daniele Gareri

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Flusso natalizio

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Premessa: non c’è stato nulla di normale in questo anno, quindi non sarà un intervento lineare, chiarificatore o rassicurante, piuttosto l’occasione, ancora una volta, di poter liberare i miei pensieri. Questo, nel momento particolare che stiamo vivendo, mi sembra già di per sé un grande successo e poco importa di chi-pensa-cosa o dei virtuosi da tastiera con cui io non condivido nulla se non la passione per le parole. Dico questo perché le vostre etichette non mi appartengono, mai mi apparterranno e non ho nessuna velleità se non quella di condividere con chi mi segue i miei punti di vista. Non cercate per forza risposte, sarei molto felice invece se nascesse in voi qualche domanda. Buona lettura!


È Natale e come sempre ti scrivo, ormai è una consuetudine. Quest’anno va così non è necessario parlarne ancora. Più che altro, volevo chiederti come stavi e quali sono i tuoi programmi per i prossimi giorni. Che significa che non farai nulla perché siamo in zona rossa? Che c’entra, nemmeno io farò qualcosa. Ti sei stancato di leggere? Di scrivere? Di guardare film a caso su Netflix e le sere ti sembrano tutte uguali? Che ti devo dire. Non devi per forza fare qualcosa, puoi startene seduto in un angolo mettere su un po’ di musica e non pensare a niente. Provaci. Ti sembra tempo perso? Non lo so, forse lo è, ma cosa vuoi fare? Ah ci sono, fai qualche corso on line no? Pare siano diventati tutti esperti ora, certificati e pronti per il 2021. Eh, anche a me sembrano un po’ tutti fenomeni ma non ne parlo perché rischio di essere inserito nella stessa categoria quindi mi limiterò a dialogare con te. Come sto? Tutto bene nonostante il periodo non facile. A dire il vero devo ringraziare una persona molto importante che mi è accanto e da quando le cose hanno preso una piega diversa, nuova, indecifrabile, mi sta aiutando. A volte cambiare qualcosa fa bene e c’è sempre un motivo, l’importante è che le parti coinvolte lo riconoscano, credo. Tu cosa dici? Per te è facile, da tempo me lo dicevi. Ad ogni modo, se adesso mi chiedi come vedo il futuro non ti rispondo. Intanto perché non lo so, e se lo sapessi saprei come concentrare al meglio le mie energie, ma non te lo so dire quindi vado a tentativi. No, non mi preoccupa, in questo anno ho scoperto di avere ciò che mi serve e non è niente che io possa toccare con mano. Sono scelte anche queste probabilmente se scrivessi dall’alto di un attico a New York scriverei in modo diverso, può darsi, non lo escludo. Comunque ho un problema con chi vuole piacere a tutti e mi odio quando cado nelle stesse logiche. Oh sì, certo che capita. Cosa voglio fare? Eh, cercare di migliorare, lasciare correre, ma non fare finta di niente. Quali sono i miei obiettivi per i prossimi anni? Sicuramente raccontare di come siamo usciti da questa pandemia. No, non ho la nausea e non devo lottare per allontanarla. Forse qualche a volte, ma non è una costante. Mi chiedi se mi piace questa corsa a chi vuole dimostrare di avere successo nella vita? Anche qui penso sia questione di scelte, ognuno si sente realizzato come crede. Eh lo so, per alcuni se non rientri in certi standard sei un fallito ma potresti sempre cancellarti da Facebook e Instagram, andrebbe sicuramente meglio. No, non ho intenzione di toglierli per ora, mi piace condividere i miei pensieri. Sì, certo che lo farò, un giorno lo farò, ma non ora. “Alla tua età io facevo grandi cose” non posso dirtelo, abbiamo la stessa età e comunque non la sopporto più questa frase. Perché? Vorrei solo contestualizzare i tempi senza usarli come alibi. Mi segui? Mi hanno detto tempo fa che non abbiamo spina dorsale. Forse è vero, ma vorrei chiedere a un laureato con due master, cosa ne pensa. Non devo rispondere io, che non sono nessuno e neppure più tanto giovane. Voglio chiederlo a chi ha passato metà della sua vita sui libri e per scelta ha deciso di rimanere qui. Sai già quale sarebbe la sua risposta e puoi immaginare la risposta di chi invece ha deciso di andarsene tempo fa, cercare fortuna altrove lontano da casa, dalla famiglia e da tutto il resto. Lo sai, no? Anche qui è una questione di scelte. Ma sai, ti dico queste cose perché ultimamente ci ho pensato spesso. Certo, anche a chi ha perso i propri cari e questo natale lo passerà guardando la foto del padre che non c’è più e di un fratello che se n’è andato prematuramente, piangendo. Sì, ci penso. Se penso alla mia famiglia? Sì certo, come sempre. Avrei tante cose da dire su di loro, ma cercherò di farlo a voce anche perché leggeranno queste parole e se devono piangere, tanto vale piangere tutti assieme. Cosa mi manca di più? Viaggiare, ballare in mezzo ad altra gente, abbracciare. Quegli abbracci belli, forti, decisi, sinceri. Pensavi fossi più polemico in questo post natalizio? Hai ragione, parto sempre con il coltello tra i denti poi mi cade dalla bocca tutte le volte perché la apro stupito. O stupido. Sì, lo sono, non ho dubbi sulla mia stupidità. Mi fa compagnia nelle sere silenziose quando prendo una penna e faccio una delle poche cose che mi fa stare bene, no, non infilarmela nel naso. Scrivere. Ma forse anche infilarmela nel naso. Ho visto alcune foto di vecchi amici. Se penso al passato? Sì. Mi chiedi cosa penso? Che avrei potuto fare scelte diverse ma non con rimpianto, piuttosto con curiosità. Dovrei andare molto indietro perché riguardano il me ragazzino quello che girava insieme ai suoi amici con le grazielle truccate e gli adesivi attaccati sopra facendo la spola tra il parco Primavera e l’attuale quartiere che ai tempi era una grande distesa di terra e di campi coltivati. Negli assolati pomeriggi di luglio durante le vacanze, ancora piccoli per fare lavoretti estivi, scoprivamo il mondo attraverso le prime esperienze. Non c’erano pensieri e al massimo ti chiudevi in camera ad ascoltare della musica triste perché la ragazza che ti piaceva aveva baciato un altro. Adesso che ci penso in quei momenti ho iniziato a scrivere, canzoni soprattutto. Quindi cosa cambierei? Di questo nulla, ma in quel periodo sei chiamato a compiere scelte importanti per il tuo futuro e non ne hai ancora del tutto le capacità. Magari ora è cambiato, non so. Gli adolescenti adesso mi sembrano tutti molti più arguti, svelti e sensibili. Certo i difetti sono gli stessi, come ogni generazione. Però mi sembrano meno ingenui e non credo sia un male, anzi. Se c’è qualche occupatore di poltrone seriale non si offenda per quello che dirò ora, spostate i riflettori e puntateli con forza su questi ragazzi che in pandemia si sono attaccati alla bottiglia ed è risaputo che alla bottiglia ci si attacca solo dopo i trenta, suvvia. Dategli l’opportunità di qualche anno spensierato almeno. Se lo devono andare a prendere? Sì, ma devono avere anche le possibilità di farlo. Quest’anno ho pensato molto anche a loro e anche a tutti quei bambini che a un certo punto hanno cominciato a chiedersi cosa c’era che non andava se papà rincasava triste e la mamma non parlava tutto il giorno, con lo smartphone che vibrava ad ogni notifica di qualche gruppo whatsapp nostalgico come “Compagni di classe 83″. Di chi è la colpa? Non lo so, ma comunque ti ricordo che in giro c’è un virus che ha già fatto troppi danni. Intendo dire che a ‘sti bambini ci dobbiamo pensare tutti e non con un regalo comprato su amazon a ridosso del Natale. Come dici? Pensi siano problemi dei genitori? Non voglio dare consigli genitoriali, dico solo che è una questione che riguarda tutti e non possiamo esimerci. Quindi? E quindi niente, questo è ciò che ho pensato, non ho certo delle risposte. Ho delle supposizioni, delle idee magari, a volte. Ma risposte poche e non è nemmeno il mio compito. È già tanto trovare delle risposte per me figurarsi trovare risposte per gli altri. Ma poi, seriamente, da chi ci aspettiamo delle risposte ancora se non da noi stessi?

Buon Natale

Daniele Gareri

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Tra parentesi

Sono i rumori della quotidianità che si stanno via via spegnendo a farmi riflettere.

Ancora una volta quella sensazione strana, non di disagio ma di fluttuante attesa, intrappolato in un limbo tra due parentesi. Ed è un su e giù mano a mano che i numeri crescono, un correre ai ripari aspettando gli ultimi bonifici, mentre i pendolari non lavorano più perchè al di là del Po le serrande sono già abbassate. Le prime nebbie iniziano ad avvolgere i dubbi che per mesi ho soffocato in qualche angolo remoto della mia mente, quando quest’estate in spiaggia insieme a voi ho dimenticato la prima chiusura archiviandola come uno stupido incidente di percorso.

Adesso sento più forte la presenza di questo virus: lo vedo negli occhi della gente, nei bambini che giocano indossando mascherine colorate, lo vedo nel mio dirimpettaio anziano che accosta la tenda e guarda la strada, lo vedo negli automobilisti nevrotici. Vinceremo questa battaglia, ma a quale prezzo? E’ la domanda che mi faccio tutti i giorni. Mando un messaggio nel gruppo whatsapp “Family”, ci scambiamo qualche battuta, un sorriso, un sospiro. Inconsciamente cerco questi sprazzi di normalità ma come voi non ho più voglia di scrivere #andratuttobene. Siamo arrabbiati, delusi, nervosi e fortunatamente non cantiamo più dai balconi.

Sento il profumo di legna bruciata e mi ricordo di autunni più felici quando cucinavamo le caldarroste nel camino, insieme, in cucina. Tra queste due parentesi porto con me le persone più care di cui ho imparato ad apprezzare la presenza contingentata in questi mesi. Continuiamo a vivere sulla nostra pelle questa pandemia. Accettiamolo il prima possibile e affrontiamo tutto con quel poco di lucidità che ci è rimasta.

Sarà un lungo inverno.

Daniele Gareri

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La seconda ultima volta

Lievito

Dov’erano le tue mani quando mi guardavi piangendo, senza più nulla in tasca e con un solo sogno. Dov’erano le tue poesie mentre tutto chiudeva e noi potevamo solo guardare, dov’erano le promesse di tempi migliori, i sogni, le storie?

In una domenica mattina di fine ottobre penso a noi. Non scivolare via nelle pieghe scure di questi pessimisti cronici, insoddisfatti, inconcludenti, moralisti apatici, dimmi si, dove vorresti essere per l’ultima volta, la seconda ultima volta.

Balliamo insieme questa canzone tra luci soffuse e nebbie precoci, culliamoci nel nostro presente. Profumo d’autunno che accompagna i tuoi passi, ti muovi sorridendo e negli occhi ancora quella speranza, cosa siamo diventati?

Si alternano giorni di sole a giorni di pioggia e tu non sai dove sono, io non so dove sei, eppure tu sei qui insieme a me ed io con te mentre il mondo cambia e guardiamo la storia prendere una strada diversa da quella che immaginavamo quando oggi come allora con niente in tasca, abbiamo un solo sogno, tra bustine di lievito, pane, ricette veloci e profumi che invadono casa ancora una volta.

Daniele Gareri

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Tutto ciò che siamo (terza parte)

Terza e ultima parte di “Tutto ciò che siamo”

Buona lettura!


Col passare del tempo avevano iniziato a progettare il loro futuro. Non era stato semplice all’inizio: lei doveva sciogliere alcuni nodi importanti della sua vita privata prima di approdare tra le sue braccia e lui questo lo sapeva, accettandolo e aspettandola. Tra alti e bassi si erano presi per mano, era stata una scelta voluta, desiderata, coraggiosa. Ora aveva il presentimento che qualcosa in lui fosse cambiato. Lo sentiva diverso negli ultimi tempi ma non sapeva indicare bene la causa e su questa voleva indagare lei, alla quale finalmente daremo un nome: Diletta.

Diletta sapeva di non essere stata perfetta fino ad allora, ma sapeva anche di aver dato il massimo per far funzionare quella relazione. Si era impegnata e l’aveva fatto con la spensieratezza che solo l’amore porta in dote. Lo aveva aiutato in tutti i suoi momenti più difficili ed erano cresciuti insieme completamente incuranti delle invidie dei coetanei che vedevano in loro quella luce naturale delle coppie genuine, senza secondi fini, insieme per amore e non per il consenso social. La telefonata di lui, Paolo, questo il suo nome, la sorprese: doveva essere qualcosa di molto importante.

Paolo dal canto suo non riusciva più ad aspettare. Avrebbe parlato prima con lei, poi con la sua famiglia, questo sarebbe stato il piano, non poteva certo continuare così. Il suo sistema nervoso era sollecitato su più fronti e i suoi nervi tesi lo portavano in poco tempo al limite facendogli fare cose di cui si sarebbe pentito poche ore dopo. Inoltre, dimagriva giorno dopo giorno e questo rendeva tutto più visibile. Diletta più volte le aveva chiesto di quelle occhiaie scure e di quei forti mal di testa senza ottenere risposta. Paolo era abile a divincolarsi, ma ora non resisteva più. Si era accorto che per tutta la vita aveva fatto ogni cosa da solo. Non aveva chiesto niente a nessuno e questo lo aveva reso sempre libero. Ci credeva Paolo nella libertà. Durante il periodo di militanza politica combatteva con ogni mezzo per preservare una libertà troppo spesso minacciata. Non si faceva intimorire dalle avversità e in un primo momento non si era spaventato nemmeno quel giovedì mattina uscito dall’ospedale dopo il colloquio con l’oncologa che senza troppi giri di parole gli diceva quello che Paolo già sospettava: aveva un tumore al cervello non operabile.

La prima cosa che gli era venuta in mente era una di quelle trasmissioni americane dove alcuni pazienti sono afflitti da malattie strane, si immaginava già con la testa deformata su un lettino d’ospedale. L’idea lo faceva ridere nervosamente, tanto da spiazzare l’oncologa che aveva immaginato tutt’altro dialogo con un giovane ragazzo che poteva avere ancora tutta la vita davanti e invece ora doveva fare i conti con una scadenza imminente.

In macchina però, solo con i suoi pensieri, realizzava quello che era appena accaduto e scoppiava a piangere così tanto da doversi fermare. Il colpo era stato durissimo, un diretto in faccia che non ammetteva repliche e KO tecnico al primo round. Faccia a terra, silenzio. Stop.

Ripartendo, frastornato e confuso, pensava naturalmente a Diletta e tutti quei progetti insieme di cui avevano parlato. Avrebbe affrontato un percorso di cure certo, ma non ci sarebbe stata salvezza, nella migliore delle ipotesi un ritardo a quell’appuntamento che per ora non voleva nemmeno immaginare.

I giorni passavano lenti e apatici per Paolo e solo dopo qualche tempo si decideva a raccontare tutto a Diletta.


E’ strano che Paolo mi voglia incontrare, solitamente è molto diretto non ci gira intorno, mi dice subito quello che mi vuole dire senza perdere tempo è una delle cose che amo di lui. Mi vuole lasciare? Forse si è stancato di me?Cos’ho sbagliato? No, è impossibile dai. Non ho avuto nessun segnale in questi mesi da parte sua..o forse si? Effettivamente lo vedo cambiato da un po’ di tempo, cupo, triste, non sorride più. Cazzo, è possibile che non me ne sia resa conto prima? Che stupida che sono! CHE STUPIDA! Ha un’altra. Ora Dile, CALMATI. Calmati subito. Se non fosse questo il motivo? Se fosse altro? Forse è successo qualcosa a lavoro, anche se l’ultima volta mi parlava di un ambiente finalmente stimolante, possibile che si tratti di lavoro? Può essere, perché escluderlo. Magari vuole invece parlarmi della casa? No, me lo avrebbe già detto. Ho caldo e questo cuore è la volta buona che mi esplode trasformando tutto in un bello splatter di Tarantino. E’ come stare sul palco con i riflettori accesi, il teatro pieno e non ricordi le battute. L’unica volta che è successo l’ho intravisto in platea e per poco non scoppiava a ridere, lo stronzo! Eccolo, sta arrivando! Ricomponiti Dile. Quanto è bello con quella camicia. Cosa faccio? Gli corro incontro e lo bacio? Aspetto? Vado? Cosa faccio!!! Voglio baciarlo! Non mi lasciare Paolo, qualunque cosa tu voglia dirmi, NON MI LASCIARE SOLA, MAI!!

Ci siamo, eccola, è meravigliosa Diletta, la amo, l’ho sempre amata e sempre l’amerò. Si, ho fatto i miei errori certo, ma siamo ancora qui. Per ora, per poco, però. A questo punto credo di poter dire con certezza che sia il momento peggiore di tutta la mia vita. Doverle dire che avrò poco tempo ancora, cazzo, come quel film “Autumn in New York”? Si, ecco, una cosa simile. Devo solo evitare di piangere mentre sto camminando, sarebbe ancora più difficile. Da dove inizio? Dai miei mal di testa? O vado diretto al punto? No, sarebbe troppo. La prenderò larga, le dirò che a volte la vita ci mette davanti ad ostacoli insormontabili anche quando siamo abituati a lottare fino alla fine. Le voglio dire che non è vero che tutto si sistema, che ci sono cose per cui non puoi fare nulla. Ma nonostante tutto l’amore rimane, il ricordo rimane. Stronzate? Eh, forse si. Chissà cosa starà pensando, forse che voglio lasciarla? Pazza. Anche se tecnicamente è così, la abbandonerò. Non voglio pensarci, NON VOGLIO. Ma non starò a guardare il lento deformarsi del mio corpo. Approfitterò di ogni secondo per stare con lei, finché le forze me lo permetteranno terrò la sua mano. Perché a me? PERCHE’ A ME!! La nostra casa con giardino? Dovrò dirle quelle cose come nei film “è importante che tu trovi qualcun altro che possa amarti?”. Certo, non posso pensare che venga a pregare sulla mia tomba per il resto della sua vita, non è il momento di pensare a me, io diventerò cenere tra poco. Continuerà ad amarmi? Penserà a me quando guarderà un tramonto? Ascolterà le nostre canzoni e passerà un po’ di tempo nei nostri posti preferiti? Spero troverà qualcuno che si possa prendere cura di lei aiutandola ed amandola ancora di più! Dio quanto è difficile. Mi sembra ancora più bella ora che è qui ad un metro da me, ho voglia di baciarla, non voglio nient’altro. Diletta, IO NON TI LASCERO’ MAI!


In quell’oceano di pensieri Diletta e Paolo si trovavano a fare i conti con la realtà per quella che era: dura, acerba, insensibile, a volte. Si erano promessi di vivere giorno dopo giorno nel modo più intenso possibile consapevoli del dolore a cui sarebbero andati incontro ma determinati nel volerlo affrontare insieme fino all’ultimo istante.

Fine.


Questo breve racconto è dedicato ai tanti Diletta e Paolo che affrontano la malattia con discrezione, silenzio e amore fino all’ultimo istante. Ai Diletta e Paolo che non si dimenticheranno mai.

A voi.

Daniele Gareri

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Tutto ciò che siamo (seconda parte)

Seconda parte di “Tutto ciò che siamo”, buona lettura!


Gli ho dato un pugno nello stomaco e l’ho visto piegarsi, poi un calcio in faccia ed era definitivamente a terra. Se lo meritava, avrebbe dovuto smetterla di prendersela col mio amico. Ha cercato di fermarmi in tutti i modi ma questa volta non ha funzionato. Non sono mai stato un tipo manesco anzi, ma da qualche tempo il mio sistema nervoso è messo a dura prova. Per decomprimere sono andato a salutare i miei genitori e li ho trovati stanchi ma felici, seppur di poche parole. Quella campagna è rigenerante. Per calmarmi l’attraverso in bici anche se ora si tratta di qualcosa di molto più grande e non credo possa bastare. Con loro dovrei parlarne, mi vedono cosi strano ultimamente. No, forse è troppo presto. Hanno sempre avuto un occhio di riguardo per me, ma devo trovare il modo e il tempo giusto per affrontare il discorso. Sapete, nella mia vita non ho mai chiesto aiuto e non solo per orgoglio, sono stato abituato a cavarmela da solo, in ogni cosa. Però adesso è diverso. Il giorno in cui l’ho scoperto ho provato ad immaginare cosa sarebbe cambiato. Non pensavo a me, pensavo a quello che avrei perso: lei. Andarmene e lasciare per strada l’unica persona che mi ha sempre sostenuto? Sapere che possa soffrire anche solo un minuto mi distrugge. Ne abbiamo passate tante insieme uscendone sempre più forti. Ha chiuso alcune crepe, se non veri e propri squarci interiori, con la sua eleganza e delicatezza. Vorrei provare a raccontare come il suo amore sia riuscito a rigenerarmi ma non ci riesco. Ci ho provato milioni di volte e la mia goffaggine mi ha portato solo a recitare una lunga lista di frasi scontate degne della confezione maxi di cioccolatini Baci Perugina. Quindi ho affidato alle emozioni questo compito, ai silenzi, ai libri letti fianco a fianco o agli sguardi d’intesa, alle albe in macchina mentre raggiungiamo il mare, ad un concerto o uno spettacolo teatrale. Alla presenza fisica e concreta, motivo per cui può contare sempre su di me ed è per questo che non posso più temporeggiare, devo parlarle e deve sapere, del resto non mi interessa più nulla. Ma per lei, solo per lei, vorrei continuare a vivere.

continua….

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Tutto ciò che siamo (prima parte)

Questa storia verrà pubblicata in tre parti. Nei prossimi giorni il seguito.

Buona lettura!


Mi piace camminare sul palco quando il teatro è ancora vuoto. Arrivo sempre un po’ prima, è il mio rito portafortuna ormai. Assaporo il silenzio, ma anche il profumo delle poltrone, del sipario in velluto, della carta sul leggio. Da bambina durante i saggi di danza mi intimoriva il palco e cercavo lo sguardo dei miei genitori in mezzo alla platea, puntualmente li trovavo lì, in seconda fila mentre mi sorridevano. Bastavano quei pochi secondi a farmi passare ogni tipo di paura. Quando anni fa ho iniziato a fare teatro, questa abitudine mi è rimasta. Da ballerina ad attrice, sempre sul palco e loro lì in seconda fila. Sono stata per anni la loro principessa, la figlia perfetta, l’esempio di vita lineare e tranquilla. Quando entro in teatro mi trovo nella mia dimensione che si muove parallela alla realtà ma l’una non può fare a meno dell’altra. Purtroppo non vivo facendo l’attrice, anche se è la cosa che vorrei più al mondo. Sono una commessa e durante le mie giornate vendo abbigliamento. E’ un bel lavoro e mi permette di vivere dignitosamente. Dopo la mia laurea non ho mai trovato un impiego consono ai miei studi anche perché la mia aspirazione non è mai stata quella di rimanere dietro una scrivania tutta la vita. I miei genitori non avrebbero voluto questo ma d’altronde non mi è mai interessata la vita di paese, le logiche, i pettegolezzi, sono cose che non mi riguardano. Io voglio nutrirmi della bellezza che vedo, della parole che leggo, della cultura di cui mi circondo e la voglio condividere con lui. Posso dirlo con certezza: è entrato nella mia vita come un fulmine a ciel sereno ed ha messo sottosopra ogni cosa. Non è solo amore, è salvezza. Anni fa ho toccato il fondo, sono rimasta sola. Avete presente quelle scelte sbagliate che ti portano lontano da casa, dagli affetti più cari, lontano da tutto e tutti? Mi ero persa e per troppo tempo ho navigato a vista mettendo in dubbio ogni cosa. Davanti ad un specchio mi cercavo dandomi appuntamento alla stessa ora. Fissavo i miei occhi per ritrovare quel bagliore di un tempo ma notavo solo lacrime. In quei momenti pensavo di aver sbagliato tutto, di non essere all’altezza, cedevo e credevo di non farcela. Posso dare un nome a questa cosa ma non lo farò ora, vi basterà sapere che sono due le cose che mi hanno salvata: l’amore per lui e il palcoscenico.

continua…

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Estate 20

good morning (9)

Agosto 2020

Stasera è la serata giusta per scrivervi visto che negli ultimi mesi, dopo la grande chiusura, ho trascurato questo mio fantastico spazio.

Facciamo ordine: vi avevo raccontato alcune cose durante il lockdown, esperienze quotidiane e pensieri personali. Ho vissuto emozioni contrastanti durante quei giorni e spesso ho pensato che quella potesse essere l’occasione giusta per tutti noi di migliorare, un monito per far bene, ricordarci quanto avevamo toccato il fondo e risalire più forti di prima.

Col passare dei giorni però mi rendevo conto che questa era una grande stronzata e grazie a qualche amico illuminato che costantemente ripeteva “non illuderti, non cambieremo” questa tesi andava via via per concretizzarsi.

Ebbene si, non siamo cambiati, non siamo migliorati, l’umanità è sempre la stessa e in alcuni casi forse è pure peggiorata.

Ma non sono rimasto deluso, devo ammetterlo. La mia dolce utopia è durata il tempo giusto per coltivare all’interno del mio appartamentino di 80 mq nuovi sogni di gloria soprattutto per me stesso e una nuova vita lavorativa per esempio.

Dal primo luglio ho iniziato una avventura che mi sta dando grandi soddisfazioni, ma chiaramente è solo l’inizio e quindi come sempre “testa bassa e pedalare”.

Però se mi permettete una cosa vorrei dirla: credete nei vostri sogni, guardate in faccia la realtà, prendete in mano la vostra vita, iniziate a considerare quell’approccio positivo di cui vi parlano tutti come una priorità e non un’opzione. Cominciate a farlo e noterete che dentro di voi qualcosa cambierà, sentirete una nuova energia che vi porterà a raggiungere grandi risultati e troverete il coraggio di fare cose che avete sempre pensato di fare ma che non avete fatto mai.

E’ il momento giusto per tirare fuori dal cassetto quei sogni impolverati che sono lì da un po’, e fatelo soprattutto per voi.

Credeteci e nel frattempo seguitemi, ho voglia di raccontarvi una storia.

Ci sentiamo presto.

Daniele Gareri

 

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Cortile interno

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Un tavolo con vista sul cortile interno di un bel condominio in pieno centro storico. Una tazza di caffè che ormai si sta raffreddando ed il portatile che come un fedele scudiero mi accompagna. Lou Reed ha deciso di riproporre il suo repertorio ed io non posso che acconsentire anzi, scelgo alcuni dei suoi pezzi topici. Sono al secondo piano e davanti a me la finestra è aperta. Quello che vedo è una schiera di finestre tutte uguali, con gli scuri amaranto, disposte in modo lineare su tre piani. Come dicevo, affaccia all’interno e dietro quelle finestre ci sono altre abitazioni, più o meno grandi e forse qualche ufficio. Questo palazzo una volta era un’unica abitazione è questo che mi suggerisce la struttura considerata la posizione centrale sopra i portici e l’entrata unica. Davanti a me una signora stende un paio di pantaloni ad asciugare. Una piccola edera prova ad aggrapparsi al davanzale della finestra, arranca e gli darò un po’ d’acqua, non penso sia secca ma fra poco controllerò meglio. C’è il sole. Continuo a bere il mio caffè e trasportato da questo mood leggo alcune notizie on line. In una delle finestre del terzo piano noto che anche le tende all’interno sono amaranto proprio come gli scuri e riconosco che sia stata una scelta cromatica felice, viste da fuori sono belle. Penso che la voce di Lou si stia diffondendo per tutto lo stabile, abbasso un po’ sia mai che qualcuno si infastidisca. Fuori c’è fresco, vado a prendere una camicia in ciniglia e me la butto sulle spalle pur di non chiudere la finestra. Nelle altre vedo tappeti appesi e abbigliamento di vario genere, a prendere aria. Parte un’aspirapolvere, è quasi mezzogiorno, sento rumori di stoviglie ed una pentola: qualcuno ha messo a bollire dell’acqua? Probabile. Sotto di me c’è il retro di un locale, la cucina inizia a prendere vita. Sento il profumo di carne e lo sfrigolare intenso di olio: è partita la friggitrice. Nel frattempo i raggi del sole cambiano angolatura e di conseguenza cambia la luminosità della stanza in cui mi trovo. Le ore passano velocemente: da quanto sono qui? Sto bene, è una bella sensazione, mi sembra di esserci sempre stato. Sento alcune voci provenire dagli appartamenti sottostanti. Sono già passate sei ore ma non lo so di preciso, non guardo più l’orario. Sento un cane abbaiare ma non capisco da dove arrivi, ormai le finestre sono chiuse. Nello spicchio di cielo che posso vedere noto le prime stelle al crepuscolo. Ora continuo a guardare le mie mani screpolate battere su questa tastiera, è un ritmo confortante. Mi sento bene mentre fluttuo in questa parentesi, sono sempre stato qui, forse è sempre stato il mio posto. Questi vestiti sono gli stessi che avevo quando è iniziato tutto, questa camicia, questi pantaloni. Mi fanno compagnia alcuni pensieri, si siedono al mio fianco e mi ricordano di quanto io sia fortunato, mi danno forza e come una nuova energia sento che finalmente è venuto il momento di staccare tutti e scalare la cima come quella volta che in bici da corsa arrivai lassù, proprio dove volevo essere. Tutto quello che ho e che sono è qui, dentro di me. Alzo lo sguardo ma fuori è sera, non vedo più nulla e non sento più nulla. Mi riscopro davanti ad uno specchio che questa mattina era una finestra vista cortile interno e rivedo un viso conosciuto. Continuo a scrivere.

Daniele Gareri

 

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Due parole in via Veneto

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E’ l’ultima domenica del mese di marzo e la temperatura aumenta lievemente giorno dopo giorno. Finalmente la Primavera, se ne sente il profumo leggero, un sollievo adesso che l’orario è cambiato e un’ora di luce in più accompagnerà le nostre giornate. In sottofondo un po’ di musica mi esorta a mettere su una moka di caffè per assecondare il pomeriggio nel migliore dei modi. E’ decisamente una domenica di fine marzo, ideale per un giro in bici o chessò, una passeggiata in campagna.

Sarebbe tutto perfetto se non fossimo nel bel mezzo di una quarantena di cui ho perso il conto dei giorni. La pandemia continua, invisibile, a mietere vittime nascosta all’ombra dei ciliegi in fiore. I bollettini delle 18 sono ormai un appuntamento fisso e sia il conto dei contagiati che dei morti non accenna a diminuire. Giorno dopo giorno aumentano anche i nostri dubbi, su quando usciremo e soprattutto come ne usciremo. Le giornate trascorrono silenziose, abbastanza simili le une con le altre, occupate comunque da una miriade di piccole o grandi cose che ognuno di noi ha scelto di fare. C’è chi cucina, chi legge, chi fa esercizi fisici, chi canta, chi dipinge, chi scrive, chi ha la possibilità di lavorare da casa, chi fa progetti per il futuro, chi cerca un lavoro, chi sistema casa, chi ascolta musica. La vita sta scorrendo lenta tra le mura di chi una casa ce l’ha, con un pensiero, pressochè costante, a chi in questo momento sta combattendo in prima linea e a quelle famiglie che in queste ore piangono le loro vittime.

Oggi sono alla finestra, sto prendendo qualche appunto mentre osservo la via in cui abito, desolata, come tutti i giorni ormai. Mi concentro sui rumori e le voci che provengono dagli appartamenti attorno al mio. Sento stoviglie che vengono spostate, dialoghi più o meno accesi, e sorrido mentre ascolto una famiglia napoletana discutere in dialetto stretto, non so dirvi di preciso la zona di provenienza. Sotto di me un ragazzo con mascherina e passo veloce si appresta a rincasare, mentre davanti a me e dietro una tenda noto il mio vicino guardarmi. Faccio finta di nulla e continuo a scrivere. Dopo qualche minuto alzo nuovamente lo sguardo e lo ritrovo lì, sempre a guardarmi con più curiosità, quasi a voler leggere i miei appunti (nulla di che, una sorta di diario). Gli sorrido e abbasso lo sguardo intento a finire la frase per non perdere il filo. Finisco e vado a capo, riguardo verso la finestra ora aperta e trovo due coniugi, non piú solo uno, a guardarmi. Saluto sorridendo e loro ricambiano chiedendomi come sto. Iniziamo a parlare e, cercando di trovare tutta la positività che mi caratterizza ma che in questi giorni è andata nascondersi da qualche parte dentro di me, provo a rincuorarli e fargli un po’ di compagnia per quanto mi sia possibile da una finestra all’altra. Noto la loro preoccupazione che non è molto diversa dalla mia, ma soprattutto, la voglia di parlare e di scambiare due parole. Ho detto loro di non avere paura, che tutto passerà sicuramente, che ci vorrà del tempo, ma che si sistemerà tutto e mentre lo dicevo a loro, lo ripetevo a me stesso. Mi dicono che ascoltano la musica che metto su tutte le mattine e mi chiedono se ho il riscaldamento acceso visto che sono sempre in maniche corte e finestre aperte. Rispondo che no, il riscaldamento lo accendo solo alla sera e sto in maniche corte perchè ho caldo ma in un attimo mi trattengo dal ridere al pensiero di questi due simpatici signori che osservano la mia quotidinità mentre per esempio canto a squarciagola o ballo scoordinatissimo in mutande. Si faranno sicuramente grasse risate, e va bene cosi.

Questo contatto di pochi minuti da una finestra all’altra mentre il sole di fine marzo scalda nostri volti e una brezza leggera spazza via i pensieri negativi, a loro e a me, ha contribuito a cambiarmi la giornata. Ricordando loro che le mie finestre sono sempre aperte (in questi giorni la temperatura lo permette) nel caso abbiano bisogno, ci siamo salutati molto più sereni, come se questo breve scambio sia stata una boccata d’aria fresca e rigenerante.

{Dopo pochi minuti ripassava l’altoparlante che ricordava di stare in casa e mettendomi a scrivere pensavo che la battaglia è ancora molto lunga, ma sicuramente ne usciremo.}

Due parole in via Veneto.

Daniele Gareri

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