storie, tempo, vita

Il Sogno Novellarese

Novellara al tramonto immortalata da Paolo Pavarini, su instagram: @loziopaulie

Queste strade di notte, tra nutrie e buche storte, con la luna che risplende sui campi e i fossi che si svuotano di acqua rancida, le rane che non ci son più e le ricordo quando da piccolo, alla finestra, osservavo mia madre e mio padre che facevano progetti nella nostra casa grande e poi guardavo mia sorella e le volevo così bene, quindi cosa posso dire se non che amo questo paese, con tutti i suoi limiti che forse sono più dei pregi e non me ne vogliate, lo sapete anche voi ed è ora che lo ammettiate che a vivere d’apparenza si vive malissimo.

Ma amo questo paese. In autunno c’è la nebbia, in estate c’è afa poi alla sera le zanzare, certezze. Come il pachistano con la birra in mano, l’indiano che lo guarda male, l’albanese al bar centrale e il russo che fa il magnaccia si, anche questo è il mio paese della bassa, non solo tramonti, eventi culturali o beneficenza elettorale, c’è di più: una fetta di fauna umana arrovellata tra ripassi e ritratti, odio, gelosie come le mie e le tue e intanto sotto i portici quotidianamente una messa in scena gratuita a tratti neomelodica, di imposizione ed egemonia non culturale ma economica, tradotto: “io ho più soldi di te” prende vita davanti ad una folta platea.

Le ho vissute da spettatore interessato per anni, quando i portici erano il mio posto di lavoro, incontravo gente e parlavo spesso con alcuni veri opinion leader over 70. Certo Novellara era diversa mi dicevano loro, con un po’ di nostalgia e gli occhi rossi ed io a ruota ad emozionarmi mentre mi si raccontava di quando arrivarono quei topi di fogna dei fascisti che suonavano casa per casa e c’era un via vai generale, chi fuggiva di qua, chi scappava di là, per i campi, tra le curve del Borgazzo, chi si nascondeva dentro un casolare e chi preparava le contromosse all’ombra dei pioppi. Di solito gli occhi lucidi di chi mi parlava non erano riconducibili solo a quella ipersensibilità che si acquisisce con il passare degli anni, ma dal dolore nel rievocare ricordi che solo il tempo potrà cancellare. Il tempo o una pandemia mondiale, come il covid -19 che ha portato via loro e anche me, ma questa è un’altra storia.

Vorrei parlarvi come ci parla Tondelli, Pier Vittorio lo scrittore, che è il mio preferito e i più arguti avranno già capito che lo sto imitando (perdoname Pier per mi vida loca) e con lui vorrei raccontarvi di scorribande sulla via Emilia e immaginarla come la nostra Route 66 e richiamare Jack Kerouac che chi mi conosce sa quanto ho amato e viaggiare noi tre insieme e raccontarcela, magari mi vien buono anche l’inglese scolastico che quando lo parlo sembro un punkabbestia fatto di Bologna, ma senza cane (senza cane perché il mio pastore tedesco è morto tempo fa e sono ancora dispiaciuto). Dicevo comunque che vorrei viaggiare con loro, magari faremmo il giro della bassa reggiana perché è l’unica zona che conosco bene, gli altri posti in cui sono stato saranno sempre una parentesi dolce e un po’ utopistica buona per riempire i miei quaderni di roba che non rileggo, fare qualche foto per i social, bere vino, finire i soldi e tornare. Ma questo bel giro in macchina non avverrà mai perché non ho il potere di far resuscitare gente e non ho mai avuto soldi per girare troppo in macchina, la benzina costa. Motivo per cui mi muovo in bici fino a quando non buco, poi nell’attesa di sostituire la camera d’aria, la bici rimane a prendere polvere in casa e allora cammino. Quindi alla fine sono sempre qui, esploro gli angoli di Novellara come fossero la mia isola del tesoro e in tempi d’ambientalismo spinto che-s’intenda-io appoggio, il sogno americano si trasforma in Sogno Novellarese, includendo la bici e non più la macchina per attraversare pianure sterminate e lunghi viali di pioppi.

Novellara sono gli odori che senti nel periodo della vendemmia, oppure a luglio, se non piove da diversi giorni e le pompe idriche attaccate ai trattori tirano su acqua e irrigando, dalla terra si alza quel profumo ferroso difficile da descrivere. Ogni stagione ha il suo e Novellara non è da meno. Anche la merda delle stalle profuma ormai, vivendoci dentro da così tanto e per quanto ci si sforzi di essere i più cool sempre in mezzo alla merda saremo, in senso metaforico ma anche in senso letterale perché qua intorno è davvero pieno di stalle super accessoriate amici, ricordatevelo nelle vostre sortite aeree quando vi elevate sopra gli altri con quello sguardo inquisitore, saccente e anche un po’ stronzo.

Sognatori, dicono di essere tutti sognatori, dicono anche a me di essere sognatore, ma io qua l’unica cosa che ho sempre sognato è vivere in pace senza debiti che per fortuna non ho, senza problemi di salute che per fortuna non ho (a parte qualche piccolo acciacco) e amare chi mi ama. Questi sono i miei sogni e ve lo dico perché mi sono rotto il cazzo delle vostre etichette che da quando vi conosco sembrate delle etichettatrici instancabili.

Negli ultimi anni ho imparato ad amare questo paese per quello che è, non per quello che sarà e nemmeno per quello che vorrebbe essere. Per esempio via Roma all’alba mentre la percorri per entrare in piazza e i primi bar accendono le luci scaldando i cornetti e tra gli occhi dei portici s’inseguono profumi di crema e cioccolata, sostenuti dall’aroma deciso del caffè e dai suoni appuntiti e stonati delle stoviglie lavate che, sistemate negli appositi spazi, stridono infastidendoti-perché stai ancora cercando di accendere i tuoi quattro neuroni che ti serviranno nel corso della giornata-ecco, proprio quel momento lì è magico. Come il pavimento lastricato dei portici in alcuni punti irregolare e liscissimo che al primo giorno di umidità si bagna riflettendo le luci delle vetrine e nel periodo natalizio, le luminarie. Per non parlare della bellezza di una piazza mai sazia di incontri e sulle panchine intorno al monumento dei caduti della prima guerra mondiale, gente si siede soprattutto d’estate, quando in casa non si respira. C’è sempre stata vita lì, anche se i puristi della razza bianca non intendono vita quella partorita da chi non ha lo stesso loro colore della pelle e invece, è molto più vita quella che riempie gli spazi pubblici lasciati altrimenti morire dai nostri vizi che ci spingono a gareggiare tra gli agi, chiuderci nelle nostre ville e decretare la sentenza inoppugnabile che se ti siedi su una panchina in piazza di sera sei uno sfigato.

Va da sé che la piazza comunque vive anche a tarda notte, tra un insonne a passeggio, una ragazza che sgattaiola via dalla garconiere di un suo amico sistemandosi il vestito attillato che ne sottolinea le curve e ne evidenzia il viso speranzoso e pieno di vita, un gruppetto di ragazzi che rincasa velocemente fumando l’ultima sigaretta, il barista che chiude la serranda del suo locale, un fascio di luce fioca che esce da una finestra con le imposte verdi e si ferma sul ciottolato novellarese, mentre una sagoma indefinita ma abbastanza nitida dietro alla tenda scostata sembra dipingere, guardano la piazza come la guardo io. Sposto lo sguardo quando una volante dei carabinieri mi passa accanto e accenno un saluto ricambiato dai due ufficiali che stanno per terminare il loro giro e nient’altro, se non il suono delle campane della Rocca dei Gonzaga che scandiscono il tempo dandosi il cambio con quelle della Chiesa di Santo Stefano, che troneggia su piazza unità d’Italia.

La notte da queste parti è il trionfo della quiete gentile di cui abbiamo bisogno per ristorarci e nel microcosmo novellarese, durante la notte avviene il reset per ritornare in scena l’indomani mattina e difendere le apparenze costruite in anni e anni di duro lavoro.

Signore e signori qui non è tanto lo spettacolo (principalmente in playback) a fare la differenza, ma questa meravigliosa scenografia che resiste al severo e intransigente passaggio del tempo, con annesse sensazioni, emozioni e profumi, che pur evolvendo mantengono la stessa preziosa aurea contadina insinuata tra le crepe dei mattoni e le foglie dei pioppi, tra i canali delle valli e le coltivazioni d’angurie, nel mosto di settembre e nel Lambrusco stappato quando il gnocco fritto dal color oro è pronto e ancora bollente, lo si addenta smorzando il calore con una fetta di salame che, indipendente, rotola da sola per la tavola dribblando bicchieri e posate da quanto è spessa.

Passano le persone, le storie, le vite, ma il sogno novellarese resiste ancora e citando un famoso film, non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx.

Quindi, mettetevi il cuore in pace e fate a modo.

Daniele Gareri

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Flusso natalizio

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Premessa: non c’è stato nulla di normale in questo anno, quindi non sarà un intervento lineare, chiarificatore o rassicurante, piuttosto l’occasione, ancora una volta, di poter liberare i miei pensieri. Questo, nel momento particolare che stiamo vivendo, mi sembra già di per sé un grande successo e poco importa di chi-pensa-cosa o dei virtuosi da tastiera con cui io non condivido nulla se non la passione per le parole. Dico questo perché le vostre etichette non mi appartengono, mai mi apparterranno e non ho nessuna velleità se non quella di condividere con chi mi segue i miei punti di vista. Non cercate per forza risposte, sarei molto felice invece se nascesse in voi qualche domanda. Buona lettura!


È Natale e come sempre ti scrivo, ormai è una consuetudine. Quest’anno va così non è necessario parlarne ancora. Più che altro, volevo chiederti come stavi e quali sono i tuoi programmi per i prossimi giorni. Che significa che non farai nulla perché siamo in zona rossa? Che c’entra, nemmeno io farò qualcosa. Ti sei stancato di leggere? Di scrivere? Di guardare film a caso su Netflix e le sere ti sembrano tutte uguali? Che ti devo dire. Non devi per forza fare qualcosa, puoi startene seduto in un angolo mettere su un po’ di musica e non pensare a niente. Provaci. Ti sembra tempo perso? Non lo so, forse lo è, ma cosa vuoi fare? Ah ci sono, fai qualche corso on line no? Pare siano diventati tutti esperti ora, certificati e pronti per il 2021. Eh, anche a me sembrano un po’ tutti fenomeni ma non ne parlo perché rischio di essere inserito nella stessa categoria quindi mi limiterò a dialogare con te. Come sto? Tutto bene nonostante il periodo non facile. A dire il vero devo ringraziare una persona molto importante che mi è accanto e da quando le cose hanno preso una piega diversa, nuova, indecifrabile, mi sta aiutando. A volte cambiare qualcosa fa bene e c’è sempre un motivo, l’importante è che le parti coinvolte lo riconoscano, credo. Tu cosa dici? Per te è facile, da tempo me lo dicevi. Ad ogni modo, se adesso mi chiedi come vedo il futuro non ti rispondo. Intanto perché non lo so, e se lo sapessi saprei come concentrare al meglio le mie energie, ma non te lo so dire quindi vado a tentativi. No, non mi preoccupa, in questo anno ho scoperto di avere ciò che mi serve e non è niente che io possa toccare con mano. Sono scelte anche queste probabilmente se scrivessi dall’alto di un attico a New York scriverei in modo diverso, può darsi, non lo escludo. Comunque ho un problema con chi vuole piacere a tutti e mi odio quando cado nelle stesse logiche. Oh sì, certo che capita. Cosa voglio fare? Eh, cercare di migliorare, lasciare correre, ma non fare finta di niente. Quali sono i miei obiettivi per i prossimi anni? Sicuramente raccontare di come siamo usciti da questa pandemia. No, non ho la nausea e non devo lottare per allontanarla. Forse qualche a volte, ma non è una costante. Mi chiedi se mi piace questa corsa a chi vuole dimostrare di avere successo nella vita? Anche qui penso sia questione di scelte, ognuno si sente realizzato come crede. Eh lo so, per alcuni se non rientri in certi standard sei un fallito ma potresti sempre cancellarti da Facebook e Instagram, andrebbe sicuramente meglio. No, non ho intenzione di toglierli per ora, mi piace condividere i miei pensieri. Sì, certo che lo farò, un giorno lo farò, ma non ora. “Alla tua età io facevo grandi cose” non posso dirtelo, abbiamo la stessa età e comunque non la sopporto più questa frase. Perché? Vorrei solo contestualizzare i tempi senza usarli come alibi. Mi segui? Mi hanno detto tempo fa che non abbiamo spina dorsale. Forse è vero, ma vorrei chiedere a un laureato con due master, cosa ne pensa. Non devo rispondere io, che non sono nessuno e neppure più tanto giovane. Voglio chiederlo a chi ha passato metà della sua vita sui libri e per scelta ha deciso di rimanere qui. Sai già quale sarebbe la sua risposta e puoi immaginare la risposta di chi invece ha deciso di andarsene tempo fa, cercare fortuna altrove lontano da casa, dalla famiglia e da tutto il resto. Lo sai, no? Anche qui è una questione di scelte. Ma sai, ti dico queste cose perché ultimamente ci ho pensato spesso. Certo, anche a chi ha perso i propri cari e questo natale lo passerà guardando la foto del padre che non c’è più e di un fratello che se n’è andato prematuramente, piangendo. Sì, ci penso. Se penso alla mia famiglia? Sì certo, come sempre. Avrei tante cose da dire su di loro, ma cercherò di farlo a voce anche perché leggeranno queste parole e se devono piangere, tanto vale piangere tutti assieme. Cosa mi manca di più? Viaggiare, ballare in mezzo ad altra gente, abbracciare. Quegli abbracci belli, forti, decisi, sinceri. Pensavi fossi più polemico in questo post natalizio? Hai ragione, parto sempre con il coltello tra i denti poi mi cade dalla bocca tutte le volte perché la apro stupito. O stupido. Sì, lo sono, non ho dubbi sulla mia stupidità. Mi fa compagnia nelle sere silenziose quando prendo una penna e faccio una delle poche cose che mi fa stare bene, no, non infilarmela nel naso. Scrivere. Ma forse anche infilarmela nel naso. Ho visto alcune foto di vecchi amici. Se penso al passato? Sì. Mi chiedi cosa penso? Che avrei potuto fare scelte diverse ma non con rimpianto, piuttosto con curiosità. Dovrei andare molto indietro perché riguardano il me ragazzino quello che girava insieme ai suoi amici con le grazielle truccate e gli adesivi attaccati sopra facendo la spola tra il parco Primavera e l’attuale quartiere che ai tempi era una grande distesa di terra e di campi coltivati. Negli assolati pomeriggi di luglio durante le vacanze, ancora piccoli per fare lavoretti estivi, scoprivamo il mondo attraverso le prime esperienze. Non c’erano pensieri e al massimo ti chiudevi in camera ad ascoltare della musica triste perché la ragazza che ti piaceva aveva baciato un altro. Adesso che ci penso in quei momenti ho iniziato a scrivere, canzoni soprattutto. Quindi cosa cambierei? Di questo nulla, ma in quel periodo sei chiamato a compiere scelte importanti per il tuo futuro e non ne hai ancora del tutto le capacità. Magari ora è cambiato, non so. Gli adolescenti adesso mi sembrano tutti molti più arguti, svelti e sensibili. Certo i difetti sono gli stessi, come ogni generazione. Però mi sembrano meno ingenui e non credo sia un male, anzi. Se c’è qualche occupatore di poltrone seriale non si offenda per quello che dirò ora, spostate i riflettori e puntateli con forza su questi ragazzi che in pandemia si sono attaccati alla bottiglia ed è risaputo che alla bottiglia ci si attacca solo dopo i trenta, suvvia. Dategli l’opportunità di qualche anno spensierato almeno. Se lo devono andare a prendere? Sì, ma devono avere anche le possibilità di farlo. Quest’anno ho pensato molto anche a loro e anche a tutti quei bambini che a un certo punto hanno cominciato a chiedersi cosa c’era che non andava se papà rincasava triste e la mamma non parlava tutto il giorno, con lo smartphone che vibrava ad ogni notifica di qualche gruppo whatsapp nostalgico come “Compagni di classe 83″. Di chi è la colpa? Non lo so, ma comunque ti ricordo che in giro c’è un virus che ha già fatto troppi danni. Intendo dire che a ‘sti bambini ci dobbiamo pensare tutti e non con un regalo comprato su amazon a ridosso del Natale. Come dici? Pensi siano problemi dei genitori? Non voglio dare consigli genitoriali, dico solo che è una questione che riguarda tutti e non possiamo esimerci. Quindi? E quindi niente, questo è ciò che ho pensato, non ho certo delle risposte. Ho delle supposizioni, delle idee magari, a volte. Ma risposte poche e non è nemmeno il mio compito. È già tanto trovare delle risposte per me figurarsi trovare risposte per gli altri. Ma poi, seriamente, da chi ci aspettiamo delle risposte ancora se non da noi stessi?

Buon Natale

Daniele Gareri

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Due parole in via Veneto

vecchia-finestra

E’ l’ultima domenica del mese di marzo e la temperatura aumenta lievemente giorno dopo giorno. Finalmente la Primavera, se ne sente il profumo leggero, un sollievo adesso che l’orario è cambiato e un’ora di luce in più accompagnerà le nostre giornate. In sottofondo un po’ di musica mi esorta a mettere su una moka di caffè per assecondare il pomeriggio nel migliore dei modi. E’ decisamente una domenica di fine marzo, ideale per un giro in bici o chessò, una passeggiata in campagna.

Sarebbe tutto perfetto se non fossimo nel bel mezzo di una quarantena di cui ho perso il conto dei giorni. La pandemia continua, invisibile, a mietere vittime nascosta all’ombra dei ciliegi in fiore. I bollettini delle 18 sono ormai un appuntamento fisso e sia il conto dei contagiati che dei morti non accenna a diminuire. Giorno dopo giorno aumentano anche i nostri dubbi, su quando usciremo e soprattutto come ne usciremo. Le giornate trascorrono silenziose, abbastanza simili le une con le altre, occupate comunque da una miriade di piccole o grandi cose che ognuno di noi ha scelto di fare. C’è chi cucina, chi legge, chi fa esercizi fisici, chi canta, chi dipinge, chi scrive, chi ha la possibilità di lavorare da casa, chi fa progetti per il futuro, chi cerca un lavoro, chi sistema casa, chi ascolta musica. La vita sta scorrendo lenta tra le mura di chi una casa ce l’ha, con un pensiero, pressochè costante, a chi in questo momento sta combattendo in prima linea e a quelle famiglie che in queste ore piangono le loro vittime.

Oggi sono alla finestra, sto prendendo qualche appunto mentre osservo la via in cui abito, desolata, come tutti i giorni ormai. Mi concentro sui rumori e le voci che provengono dagli appartamenti attorno al mio. Sento stoviglie che vengono spostate, dialoghi più o meno accesi, e sorrido mentre ascolto una famiglia napoletana discutere in dialetto stretto, non so dirvi di preciso la zona di provenienza. Sotto di me un ragazzo con mascherina e passo veloce si appresta a rincasare, mentre davanti a me e dietro una tenda noto il mio vicino guardarmi. Faccio finta di nulla e continuo a scrivere. Dopo qualche minuto alzo nuovamente lo sguardo e lo ritrovo lì, sempre a guardarmi con più curiosità, quasi a voler leggere i miei appunti (nulla di che, una sorta di diario). Gli sorrido e abbasso lo sguardo intento a finire la frase per non perdere il filo. Finisco e vado a capo, riguardo verso la finestra ora aperta e trovo due coniugi, non piú solo uno, a guardarmi. Saluto sorridendo e loro ricambiano chiedendomi come sto. Iniziamo a parlare e, cercando di trovare tutta la positività che mi caratterizza ma che in questi giorni è andata nascondersi da qualche parte dentro di me, provo a rincuorarli e fargli un po’ di compagnia per quanto mi sia possibile da una finestra all’altra. Noto la loro preoccupazione che non è molto diversa dalla mia, ma soprattutto, la voglia di parlare e di scambiare due parole. Ho detto loro di non avere paura, che tutto passerà sicuramente, che ci vorrà del tempo, ma che si sistemerà tutto e mentre lo dicevo a loro, lo ripetevo a me stesso. Mi dicono che ascoltano la musica che metto su tutte le mattine e mi chiedono se ho il riscaldamento acceso visto che sono sempre in maniche corte e finestre aperte. Rispondo che no, il riscaldamento lo accendo solo alla sera e sto in maniche corte perchè ho caldo ma in un attimo mi trattengo dal ridere al pensiero di questi due simpatici signori che osservano la mia quotidinità mentre per esempio canto a squarciagola o ballo scoordinatissimo in mutande. Si faranno sicuramente grasse risate, e va bene cosi.

Questo contatto di pochi minuti da una finestra all’altra mentre il sole di fine marzo scalda nostri volti e una brezza leggera spazza via i pensieri negativi, a loro e a me, ha contribuito a cambiarmi la giornata. Ricordando loro che le mie finestre sono sempre aperte (in questi giorni la temperatura lo permette) nel caso abbiano bisogno, ci siamo salutati molto più sereni, come se questo breve scambio sia stata una boccata d’aria fresca e rigenerante.

{Dopo pochi minuti ripassava l’altoparlante che ricordava di stare in casa e mettendomi a scrivere pensavo che la battaglia è ancora molto lunga, ma sicuramente ne usciremo.}

Due parole in via Veneto.

Daniele Gareri

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Nell’aria

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Libero nell’aria, oltrepassando i confini, nel blu infinito, tra le nuvole e stormi d’uccelli neri come a voler rallentarti ma tu stai accelerando e poi plani tra le montagne, segui le correnti, aumenti.

Le tue grandi ali fendono l’aria come mai prima d’ora. Sei solo e stai volando sopra le città che sognavi da piccolo, all’orizzonte il mare. Sei veloce, cosi veloce che non senti più nulla, le voci, i rumori, le scuse; sei talmente veloce da non lasciare traccia del tuo passaggio, cosi veloce da non guardarti più indietro, sei cosi veloce da perdere il senso del tempo e intanto segui il flusso e le correnti che ti portano lontano e senza dire una parola saluti il mondo da lassù.

Accarezzi il cielo infinito che ti accoglie e finalmente sorridi hai lasciato stare tutte quelle perdite di tempo, gli sguardi di compatimento, la supponenza di chi vuole insegnarti a stare al mondo, hai messo da parte il marcio, sei volato quassù per vederci meglio, per liberarti da quel senso di soffocamento che provi quando non credi in te stesso, ma ora che hai spiegato le ali stai volando, ti stai curando, le tue ferite si rimargineranno, il tempo di un viaggio, il tempo del viaggio, mentre planando disegni forme indecifrabili agli altri tranne che a Lei.

Vi auguro un 2019 pieno di vita.

 

d.g.

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Mustang pt.2

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Ormai è notte e mancano poche miglia a Tulsa. Sulla mother road viaggiano veloci e in silenzio si guardano. Sfrecciano lasciandosi alle spalle stazioni di servizio desolate, luci fioche e porte semi aperte. I cartelli stradali anneriti dallo smog sono a malapena visibili ma non servono indicazioni perchè la loro prossima destinazione è proprio lì davanti. Ampie curve anticipano lunghissimi rettilinei in cui la Mustang dà il meglio di se’. Camionisti assonnati conducono i loro mezzi a passo lento ed i rimorchi sussultano ad ogni asperità della strada, come se danzassero. Sorpassando, il rombo del motore accende la notte aumentando progressivamente come a voler ribadire un solo ed unico concetto: carattere, quello di cui hanno bisogno per affrontare la tempesta.


Si erano conosciuti una sera d’aprile in un locale affollato.

Lui l’aveva già vista in quel piccolo teatro di paese. Era sul palco, meravigliosa con l’acconciatura e gli abiti di scena dell’ottocento ispirati ad uno spettacolo di Oscar Wilde. Una dizione perfetta ed uno stile da far impallidire la più brava delle attrici di Hollywood. Sorseggiava una birra e guardava distratto il telefono. Un gioco di sguardi cercato e quei pochi metri che li separavano diventavano in un attimo la loro comfort zone, il loro posto sicuro. Un’energia nuova finalmente lo investiva. Non era stato facile sopportare il dolore e le parole-troppe-di chi aveva sempre un “buon consiglio” da dare. Aveva perso il conto delle notti insonne e delle parole scritte su carta sgualcita raccattata qua e là, frasi riciclate e aforismi in cui trovare un appiglio. Quei ricordi svanivano in un attimo, il tempo in cui lei si alzava di scatto e si dirigeva verso di lui. Era bellissima e bastavano poche parole scambiate velocemente per posare la prima pietra. Iniziava così.

Lei, camminando verso di lui, prendeva coscienza del fatto che finalmente poteva parlargli. Sapeva già tutto ma sarebbe stato troppo azzardato dirlo ora, inoltre scoprire le carte prima di iniziare la partita non era una buona mossa, pensava. Ma qual era la posta in palio qui? Per quanto fosse intenso il momento, nulla era ancora stato scritto. C’era qualcosa in lui di contagioso, proprio per lei che da anni in silenzio nascondeva la sua parte migliore, il suo lato più bello. Si era accontentata di una vita che le stava troppo stretta e di una vita che per quanto fosse agiata, non era quella che aveva sempre desiderato. Sul palco dava tutta se stessa, sotto i riflettori era lei con la sua parlantina veloce, calandosi in quelle parti che per due ore la facevano sentire realizzata, un’altra persona. Ma non poteva più fingere. Pochi metri al primo vero incontro, in una tiepida sera di aprile, in un piccolo locale di paese. Iniziava così.


Tulsa è una piccola città dell’Oklahoma e da qui passa la Route 66. Decidono finalmente di fermarsi. Hanno bisogno di una doccia, una cena, e un buon sonno ristoratore. Avendo racimolato qualche soldo non possono permettersi granchè a parte un motel che sarà abbastanza per una notte sola e non hanno intenzione di rimanere fermi per troppo tempo. La ragazza alla reception chiede i loro documenti evidentemente scocciata dopo essere stata interrotta mentre parlava al telefono. Una moquette sgualcita e quattro poltrone si presentano all’ingresso, la sala d’aspetto in cui non vorresti aspettare nessuno, nemmeno per un minuto. Subito dopo aver preso nota dei loro nomi li accompagna al primo piano salendo una scala esterna che dà proprio sul parcheggio. La Mustang è lì, ancora calda. Arrivati davanti alla porta la apre e senza troppi fronzoli lascia le chiavi ai ragazzi salutandoli velocemente. La stanza è poco illuminata e poco accogliente, ma pulita. Lasciano a terra i borsoni e finalmente si abbandonano in un lungo bacio. E’ una notte stellata a Tulsa e qualche macchina rompe il silenzio di tanto in tanto. Sono liberi.

“Finalmente ci siamo Hailey”

“Si, finalmente siamo io e te, Dean”

continua….

Daniele Gareri

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Mustang

Route 66 motorbike riders.

Il motore della macchina è ancora caldo, intorno il nulla.

La lingua d’asfalto procede verso l’orizzonte e le linee gialle che delimitano le corsie, brillano sotto il sole cocente. Sfrecciano alcune Harley con i loro grandi borsoni in pelle e qualche camion con rimorchio dal passo lento e pesante. Lei ha una bandana con cui si è legata i capelli e degli occhiali da sole a specchio, un paio di jeans aderenti ed una maglia a maniche corte bianca. Il cielo è azzurro e si riflette sui suoi occhiali. Lui è appoggiato alla macchina e la sta guardando senza farsi notare con le mani in tasca.

La cabrio è una Mustang del 68, bellissima. Stanno viaggiando da giorni ed ora si sono fermati sgranchendosi un po’ le gambe e godendosi il silenzio. La ragazza si è sdraiata sul cofano ancora caldo e guarda all’insù. Lineamenti perfetti, capelli biondi, ed un sorriso sublime di quelli che non smetti di guardare nemmeno se lo vuoi. Da giorni parlano ininterrottamente ma ora rimangono in silenzio. Non ci sono telefoni che squillano, messaggi a cui rispondere o social da aggiornare. Solo loro due, una strada e le montagne all’orizzonte. Lui ora si sdraia accanto a lei. Si guardano e negli occhi la passione dentro due vite che finalmente rinascono. Al diavolo il tempo perso rincorrendo sogni ed obbiettivi imposti da altri, al diavolo le parole e i contratti, al diavolo quegli stupidi traguardi imposti come scadenze che uccidono silenziosamente quella stessa passione di cui loro hanno necessariamente bisogno.

Ora c’è solo un caldo intenso, di quelli che ti prendono dal più profondo angolo del tuo corpo. Le giornate da queste parti durano a lungo: arriverà il tramonto e la notte sarà fredda, ma avranno modo di farsi coraggio. Adesso è solo il tempo giusto per vivere queste emozioni: chi non sa, non può capire. Si abbracciano ed hanno il cuore a mille. L’asfalto è bollente e le note di quella famosa canzone scivolano via veloci, non possono fare altro che ascoltarle sorridendo. Cercano la complicità nel nulla più assoluto, su una strada deserta, mani tra le mani, occhi negli occhi. Spogli di ogni presunzione ma con l’unica certezza di avere a fianco qualcuno con cui viaggiare e andare lontano.

Accelerando sulla route 66.

 

continua…

Daniele Gareri

 

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Cronache dal fronte est.

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Gli ultimi inverni sono stati più freddi del solito.

Nel tardo pomeriggio avete preso il borsone in pelle con vestiti pesanti, qualche ricordo ed una sola foto scattata tempo fa in una località di mare con un canale che attraversa il paese. Ingiallirà nel tempo in mezzo alle parole non dette. Le festività all’orizzonte sono l’ennesimo miraggio che vorreste evitare, la carta da parati colorata che ricopre le crepe sempre più grandi dell’intonaco a tratti ammuffito nelle case abbandonate. Non piove, non nevica, c’è solo molto freddo. Il vento ha ripulito l’aria portandosi via tutto, ma non è il momento della resa e nascosti tra le trincee i sogni che non svaniscono. Uomini e donne bussano alla porta, figure malnutrite chiedono aiuto cercando un appiglio: aprite le porte. Entrano ed escono velocemente, portano via tutto e lasciano in bocca il sapore amaro di un piatto di verdure selvatiche. S’impossessano di quello che possono e scappano -non si sa dove-  dileguandosi nel buio. Questione di secondi. Le mani sono tagliate e le nocche sanguinano, finalmente un po’ di calore. Un calore effimero però, che fa male. Sistemati alcuni libri ingialliti dal tempo, avete tenuto solo gli appunti di viaggio in cui annotate ogni piccolo dettaglio in meticoloso silenzio. Un paesaggio desolato e martoriato dalle bombe di una vita intera. Solchi nella terra e abitazioni in parte crollate. I buchi dei fucili d’assalto sui muri e qualche scarpa spaiata sul ciglio dell’unica strada percorribile. L’alternanza tra il giorno e la notte si fa sempre più sottile, poche ore per dormire. Cappotti in lana scuri, portati come armature: fuori fa freddo. Capelli legati ed occhi grandi, nei lunghi silenzi nessuno si muove. Ci si osserva, ci si studia. Parole accostate l’una accanto all’altra come queste, unite solo da un’immagine chiara ed eloquente. Il grigio dell’inverno con le sue sigarette fumate in fretta mentre in lontananza forti esplosioni ancora e minareti che richiamano i fedeli. La paura si è insinuata nei meandri più nascosti. Chiusi in un guscio di indifferenza ed impassibili ai sentimenti come gioia, amore, felicità, correte sul fronte est. Stop

E poi all’improvviso sul ponte, due ragazzi fanno qualcosa di strano: si prendono per mano, si accarezzano, si abbracciano. Inariditi guardate la scena senza proferire parola. Un rallentamento del tempo improvviso e un rumore strano al centro del petto, come un battito regolare che lentamente riprende. Non si sente più nulla ora a parte qualche eco lontano. Continuano a guardarsi negli occhi i due, ed ora sono più vicini. Non lo faranno davvero – si pensa – gesti cosi rivoluzionari e pericolosi, fermateli! Ma loro sono sempre più vicini e,  con una smorfia sul viso, sussurrano qualcosa. I battiti aumentano tra agitazione ed uno strano calore dentro. I cecchini appostati sui tetti sono pronti a fare fuoco, ipnotizzati però da quegli strani gesti, rimangono immobili. Labbra che si sfiorano piano e si avvicinano, danzando come un walzer sul ponte tra gli echi di morte e dolore che si stanno affievolendo. Ed ora a pochi millimetri, si toccano queste bocche, entrano in contatto. Cercate di capire perché si stringono cosi forte quasi a non lasciarsi andare e nel cercare risposta ricominciate a respirare, riprendendo coscienza, scrollandovi di dosso lo strano torpore in cui siete caduti. Da lontano qualcuno grida – un ba..un Bacio!- e nello stupore generale, il sole rinasce sul desolato fronte est. Stop

-cronache dal fronte est-

Daniele Gareri

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Fuori dalla finestra

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Matteo Pericoli, Alcamo 2010

Fuori dalla finestra

Una madre che attende la figlia guardando fuori dalla finestra, spostando quella tenda cucita a mano dalla nonna che non c’è più. E poi le giornate di marzo che sono ancora un po’ fredde e il tepore di coperte pesanti, su divani scomodi, ed un camino ancora acceso. La televisione passa un film d’amore e le canzoni ripescano ricordi passati. Luce fioca di un timido sole.

Guarda le foto di quei due bambini cresciuti ormai, con la stessa premura, le stesse ansie, e gli stessi occhi innamorati. Passano gli anni nel silenzio dei piccoli gesti quotidiani e lei è lì, indaffarata a sistemare i fiori in giardino e a preparare la cena dopo lavoro. Rondini ritornano da un lungo viaggio, volano alte sopra i campi che stanno fiorendo. Sbocciano lentamente piccole speranze di un mondo migliore, ed i raggi del sole, scaldano l’anima di quel vecchio signore che sfoglia un album di foto rosso fuoco, ed un brivido corre lungo la sua schiena. La madre attende la figlia, mentre il figlio l’abbraccia dolcemente spostandola da quella finestra. Passano i giorni e le settimane, i mesi e gli anni. Nel tepore di una grande casa calda e accogliente si sviluppa l’idea non banale di vivere la vita sorridendo. Ma lei ritorna lì, davanti a quella finestra.

I giornali parlano di situazioni pericolose nelle città ad alta densità. Le radio passano canzoni poco impegnate ma molto ritmate. Le piccole cose, s’alimentano dell’amore dato e di quello ricevuto e crescono in silenzio, senza fare rumore, lontano dal fragore di slogan e grandi gesti. Oasi dentro al deserto, attimi di quiete nel caos totale. Là fuori il terrore, le guerre, il medio oriente. Lei guarda ancora attraverso quella finestra ma vede solo il vuoto. Muri che dividono, uomini che uccidono. Il generale ha dichiarato guerra, suonano le sirene. Scappano le persone. Crollano paesi e città intere, crescono i bambini orfani nel parco giochi di palazzi crollati e di ferri arrugginiti. Combattono quei soldati, sparandosi con fucili automatici. Nuvole di polvere causate da esplosioni controllate e bombardamenti di missili intelligenti, corse agli armamenti, testate nucleari pronte, è imminente. Equilibri precari sui confini che si spostano, ed arrivano barche piene d’umanità accompagnate da un mare che spaventa, centri d’accoglienza nelle campagne desolate dove una volta prosperava il grano.

Lontano chilometri e chilometri una madre continua a guardare fuori dalla finestra mentre il mondo si muove, aspettando una figlia che non tornerà nel curioso intreccio di vite che nascono, crescono, muoiono.

Daniele Gareri

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libertà, new york, tempo, vita

Da Quassù

 

Vista dal Rockefeller center, notte.

Foto scattata in cima al Rockefeller Center (Top of The Rock) 26 giugno 2016

Mi trovo in cima al “Top of the Rock”e sotto di me, la città che non dorme mai illuminata a giorno tra i grattacieli che svettano verso un cielo terso e limpido. E’una domenica sera di giugno, ventosa e calda. Sono completamente rapito da quello che i miei occhi stanno ammirando: la Grande Mela.

Eccola qui finalmente, che se apro le braccia posso contenerla tutta. Da quassù la vista è meravigliosa e l’Empire State Building è un piccolo gioiellino come quelli che puoi trovare da Tiffany sulla quinta. La quinta strada, il cuore di New York, in una Midtown che brulica di vita in cui la routine quotidiana si incastra perfettamente tra i larghi marciapiedi i tombini fumanti e i palazzi. La vedo da qui. In lontananza sento i clacson, le sirene, ed altri rumori che non riesco a definire anche perchè quassù c’è un vento fortissimo. All’orizzonte l’inquinamento visivo è tanto, le luci illuminano tutto. I newyorkesi non conoscono le stelle, ed hanno imparato a costruirsele da soli. Davanti a me l’Empire, oggi colorato in onore del gay pride, alla mia destra il fiume Hudson, a sinistra l’East River ed all’orizzonte, dopo i grattacieli del Financial District, l’oceano. Dietro di me il grande polmone verde di Central Park che di notte dall’alto è una grossa macchia nera, e tutt’intorno le strade che si incastrano formando un reticolato perfetto scandito dagli incroci e delimitati dai semafori attivi ventiquattro ore su ventiquattro. Su quelle strade, si inseguono le luci dei taxi gialli, le macchine, i camion; la vedo da quassù che si evolve secondo dopo secondo la capitale del mondo, dove tutto il mondo, ha imparato a incontrarsi. Nel bene e nel male è lei che sposta gli equilibri e che per certi versi li definisce: non partecipa al gioco, New York è il “gioco”, e ci penso mentre guardo i palazzi del financial district che da quassù sono dietro l’Empire.

Sono passate due ore ed ho voglia di gridare al cielo con tutta la forza che mi rimane, ribadire il concetto di essere vivo, smuovere ogni millimetro del mio corpo e risvegliarlo da quel torpore. Lo faccio. E non sono solo ora: ringrazio la persona che è al mio fianco in questo momento e con cui sto condividendo suddette emozioni che rimarranno per sempre.

Stasera però questa città mi sembra ancora più bella. Non riesco a distogliere lo sguardo. In poco tempo mi ha dato tutto, mi ha fatto sentire a casa, mi ha accolto completamente. Ha avuto pazienza con un forestiero, dandogli preziosi consigli. Ha condiviso tutto con lui, ha aperto il suo grande cuore mentre gli occhi lucidi si emozionavano per ogni piccola gioia. Stasera era ancora più bella. Stasera era ancora più vera.

E’ venuto il momento di scendere, devo tornare a casa.

Da Quassù, ti ricorderò per sempre

 

Daniele Gareri

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tempo, vita

Pedalando

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Il silenzio della campagna al tramonto e due figure che viaggiano a fianco su una strada piena di curve, il profumo dei tigli che si fa sempre più forte come i sogni che per anni portano dentro.

Le due biciclette procedono alla stessa velocità, e le parole escono serene da quelle bocche rapite l’una dall’altro. Gli occhi brillano, tristezza e felicità si alternano come fossero su un luna park, ma questa è la realtà e i cuori battono forte al ritmo di quelle pedalate frenetiche e timorose.

Racconti di vita che si uniscono nelle difficoltà quotidiane facendo fronte comune come a sostenersi e a risollevarsi. Di colpo ci si sente compresi. Basta una parola, un gesto, un cenno. Basta un tocco delicato sul viso, un abbraccio, un saluto.

Ed eccoli catapultati in quel vortice di cui non conoscono l’origine, ma che E’ l’origine. La quintessenza della vita, la scintilla, l’inizio.

Pedalano e non si perdono di vista, e con la coda dell’occhio, si seguono e già si proteggono. Il tempo si è fermato per loro, mentre gli altri stanno a guardare nel silenzio del tramonto di una campagna bassa ed una strada piena di curve.

Daniele Gareri

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