storie, tempo, vita

Il Sogno Novellarese

Novellara al tramonto immortalata da Paolo Pavarini, su instagram: @loziopaulie

Queste strade di notte, tra nutrie e buche storte, con la luna che risplende sui campi e i fossi che si svuotano di acqua rancida, le rane che non ci son più e le ricordo quando da piccolo, alla finestra, osservavo mia madre e mio padre che facevano progetti nella nostra casa grande e poi guardavo mia sorella e le volevo così bene, quindi cosa posso dire se non che amo questo paese, con tutti i suoi limiti che forse sono più dei pregi e non me ne vogliate, lo sapete anche voi ed è ora che lo ammettiate che a vivere d’apparenza si vive malissimo.

Ma amo questo paese. In autunno c’è la nebbia, in estate c’è afa poi alla sera le zanzare, certezze. Come il pachistano con la birra in mano, l’indiano che lo guarda male, l’albanese al bar centrale e il russo che fa il magnaccia si, anche questo è il mio paese della bassa, non solo tramonti, eventi culturali o beneficenza elettorale, c’è di più: una fetta di fauna umana arrovellata tra ripassi e ritratti, odio, gelosie come le mie e le tue e intanto sotto i portici quotidianamente una messa in scena gratuita a tratti neomelodica, di imposizione ed egemonia non culturale ma economica, tradotto: “io ho più soldi di te” prende vita davanti ad una folta platea.

Le ho vissute da spettatore interessato per anni, quando i portici erano il mio posto di lavoro, incontravo gente e parlavo spesso con alcuni veri opinion leader over 70. Certo Novellara era diversa mi dicevano loro, con un po’ di nostalgia e gli occhi rossi ed io a ruota ad emozionarmi mentre mi si raccontava di quando arrivarono quei topi di fogna dei fascisti che suonavano casa per casa e c’era un via vai generale, chi fuggiva di qua, chi scappava di là, per i campi, tra le curve del Borgazzo, chi si nascondeva dentro un casolare e chi preparava le contromosse all’ombra dei pioppi. Di solito gli occhi lucidi di chi mi parlava non erano riconducibili solo a quella ipersensibilità che si acquisisce con il passare degli anni, ma dal dolore nel rievocare ricordi che solo il tempo potrà cancellare. Il tempo o una pandemia mondiale, come il covid -19 che ha portato via loro e anche me, ma questa è un’altra storia.

Vorrei parlarvi come ci parla Tondelli, Pier Vittorio lo scrittore, che è il mio preferito e i più arguti avranno già capito che lo sto imitando (perdoname Pier per mi vida loca) e con lui vorrei raccontarvi di scorribande sulla via Emilia e immaginarla come la nostra Route 66 e richiamare Jack Kerouac che chi mi conosce sa quanto ho amato e viaggiare noi tre insieme e raccontarcela, magari mi vien buono anche l’inglese scolastico che quando lo parlo sembro un punkabbestia fatto di Bologna, ma senza cane (senza cane perché il mio pastore tedesco è morto tempo fa e sono ancora dispiaciuto). Dicevo comunque che vorrei viaggiare con loro, magari faremmo il giro della bassa reggiana perché è l’unica zona che conosco bene, gli altri posti in cui sono stato saranno sempre una parentesi dolce e un po’ utopistica buona per riempire i miei quaderni di roba che non rileggo, fare qualche foto per i social, bere vino, finire i soldi e tornare. Ma questo bel giro in macchina non avverrà mai perché non ho il potere di far resuscitare gente e non ho mai avuto soldi per girare troppo in macchina, la benzina costa. Motivo per cui mi muovo in bici fino a quando non buco, poi nell’attesa di sostituire la camera d’aria, la bici rimane a prendere polvere in casa e allora cammino. Quindi alla fine sono sempre qui, esploro gli angoli di Novellara come fossero la mia isola del tesoro e in tempi d’ambientalismo spinto che-s’intenda-io appoggio, il sogno americano si trasforma in Sogno Novellarese, includendo la bici e non più la macchina per attraversare pianure sterminate e lunghi viali di pioppi.

Novellara sono gli odori che senti nel periodo della vendemmia, oppure a luglio, se non piove da diversi giorni e le pompe idriche attaccate ai trattori tirano su acqua e irrigando, dalla terra si alza quel profumo ferroso difficile da descrivere. Ogni stagione ha il suo e Novellara non è da meno. Anche la merda delle stalle profuma ormai, vivendoci dentro da così tanto e per quanto ci si sforzi di essere i più cool sempre in mezzo alla merda saremo, in senso metaforico ma anche in senso letterale perché qua intorno è davvero pieno di stalle super accessoriate amici, ricordatevelo nelle vostre sortite aeree quando vi elevate sopra gli altri con quello sguardo inquisitore, saccente e anche un po’ stronzo.

Sognatori, dicono di essere tutti sognatori, dicono anche a me di essere sognatore, ma io qua l’unica cosa che ho sempre sognato è vivere in pace senza debiti che per fortuna non ho, senza problemi di salute che per fortuna non ho (a parte qualche piccolo acciacco) e amare chi mi ama. Questi sono i miei sogni e ve lo dico perché mi sono rotto il cazzo delle vostre etichette che da quando vi conosco sembrate delle etichettatrici instancabili.

Negli ultimi anni ho imparato ad amare questo paese per quello che è, non per quello che sarà e nemmeno per quello che vorrebbe essere. Per esempio via Roma all’alba mentre la percorri per entrare in piazza e i primi bar accendono le luci scaldando i cornetti e tra gli occhi dei portici s’inseguono profumi di crema e cioccolata, sostenuti dall’aroma deciso del caffè e dai suoni appuntiti e stonati delle stoviglie lavate che, sistemate negli appositi spazi, stridono infastidendoti-perché stai ancora cercando di accendere i tuoi quattro neuroni che ti serviranno nel corso della giornata-ecco, proprio quel momento lì è magico. Come il pavimento lastricato dei portici in alcuni punti irregolare e liscissimo che al primo giorno di umidità si bagna riflettendo le luci delle vetrine e nel periodo natalizio, le luminarie. Per non parlare della bellezza di una piazza mai sazia di incontri e sulle panchine intorno al monumento dei caduti della prima guerra mondiale, gente si siede soprattutto d’estate, quando in casa non si respira. C’è sempre stata vita lì, anche se i puristi della razza bianca non intendono vita quella partorita da chi non ha lo stesso loro colore della pelle e invece, è molto più vita quella che riempie gli spazi pubblici lasciati altrimenti morire dai nostri vizi che ci spingono a gareggiare tra gli agi, chiuderci nelle nostre ville e decretare la sentenza inoppugnabile che se ti siedi su una panchina in piazza di sera sei uno sfigato.

Va da sé che la piazza comunque vive anche a tarda notte, tra un insonne a passeggio, una ragazza che sgattaiola via dalla garconiere di un suo amico sistemandosi il vestito attillato che ne sottolinea le curve e ne evidenzia il viso speranzoso e pieno di vita, un gruppetto di ragazzi che rincasa velocemente fumando l’ultima sigaretta, il barista che chiude la serranda del suo locale, un fascio di luce fioca che esce da una finestra con le imposte verdi e si ferma sul ciottolato novellarese, mentre una sagoma indefinita ma abbastanza nitida dietro alla tenda scostata sembra dipingere, guardano la piazza come la guardo io. Sposto lo sguardo quando una volante dei carabinieri mi passa accanto e accenno un saluto ricambiato dai due ufficiali che stanno per terminare il loro giro e nient’altro, se non il suono delle campane della Rocca dei Gonzaga che scandiscono il tempo dandosi il cambio con quelle della Chiesa di Santo Stefano, che troneggia su piazza unità d’Italia.

La notte da queste parti è il trionfo della quiete gentile di cui abbiamo bisogno per ristorarci e nel microcosmo novellarese, durante la notte avviene il reset per ritornare in scena l’indomani mattina e difendere le apparenze costruite in anni e anni di duro lavoro.

Signore e signori qui non è tanto lo spettacolo (principalmente in playback) a fare la differenza, ma questa meravigliosa scenografia che resiste al severo e intransigente passaggio del tempo, con annesse sensazioni, emozioni e profumi, che pur evolvendo mantengono la stessa preziosa aurea contadina insinuata tra le crepe dei mattoni e le foglie dei pioppi, tra i canali delle valli e le coltivazioni d’angurie, nel mosto di settembre e nel Lambrusco stappato quando il gnocco fritto dal color oro è pronto e ancora bollente, lo si addenta smorzando il calore con una fetta di salame che, indipendente, rotola da sola per la tavola dribblando bicchieri e posate da quanto è spessa.

Passano le persone, le storie, le vite, ma il sogno novellarese resiste ancora e citando un famoso film, non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx.

Quindi, mettetevi il cuore in pace e fate a modo.

Daniele Gareri

Standard
storie

Riprese vita

“la Bassa” San Bernardino 2017

Il giugno caldo di quell’anno aveva portato con sé molta più afa di quanto gli abitanti del posto erano abituati a sopportare. Si sa, la bassa con il suo grande fiume è caratterizzata dalla consistente presenza di zanzare, moscerini, mosche, che ben amalgamate all’umidità, rendono l’aria pesante ricordando a chi ci nasce o a chi si trova di passaggio, che queste terre grasse e prosperose non sono mai emerse del tutto dalle acque torbide delle paludi.

L’intorpidimento dopo gli ultimi anni stancanti sia psicologicamente che fisicamente, si stava via via disperdendo. Tra le strade bianche delle golene passando dalle case cantoniere e dalle chiaviche della bonifica che regolano i flussi d’acqua in tutti i campi della bassa, scorreva una nuova energia. In particolare davanti ad una rimessa degli attrezzi due amanti avevano riprovato un senso di libertà a lungo desiderato.

A causa del virus i contatti fisici erano stati limitati favorendo i rapporti a distanza e rimanevano solo alcuni ricordi che ognuno cercava di ordinare per riprendere un cammino bruscamente interrotto. I due quindi decidevano di trovarsi davanti a quella rimessa raggiungibile da un lungo stradone, fiancheggiato da alti pioppi e immerso nella campagna. Dapprima titubanti, indossando ancora una mascherina che era ormai diventata parte indissolubile del corpo nonostante il virus fosse stato sconfitto, cercavano di lasciarsi andare. Le biciclette impolverate da mesi di fermo e appoggiate velocemente alla rimessa, sembravano abbandonate ad un destino infelice che si contrapponeva a quello che stava succedendo lì accanto. Era un pomeriggio caldissimo ed entrambi indossavano vestiti leggeri. Si intravedevano facilmente i corpi impigriti dalla routine forzata casa-lavoro, ma quello che non si poteva vedere ad occhio nudo era il desiderio forte ed echeggiante nei loro animi ancora frastornati. D’un tratto-viso a viso-toglievano la mascherina.

Un fremito percorreva le loro schiene un po’ curve, poste in avanti per scrutare meglio l’altro come se fossero dinnanzi ad esseri del tutto nuovi. Quel pomeriggio insieme ai loro corpi sudati, all’afa di giugno, al desiderio impronunciabile d’amore che alcuni parafrasavano alle più curiose spiegazioni, sostenendo perfino che non sarebbe mai più esistito, prendeva il sopravvento una ritrovata emozione che li accompagnava facendoli rincontrare in un bacio appassionato. Si annusavano, disegnando sui reciproci volti linee leggere con le dita, sfiorandosi appena gli occhi per non offuscare questa nuova vista e scivolando fino a perdersi senza spostarsi da quel luogo mescolando profumi, odori e sensazioni dimenticate.

Le labbra che si riconciliavano non erano solo le loro: erano le labbra secche e inaridite di generazioni intere che riprendevano vita lentamente, spoglie delle poche certezze che avevano ereditato negli anni antecedenti al grande virus. Nelle mani che si stringevano c’era la forza consapevole di poter cambiare le regole, strappare quella patina ipocrita che ricopriva una società che aveva fatto del successo a breve termine, dell’opportunismo, della beneficenza elettorale (e altre milioni di cose), pilastri imprescindibili di una realizzazione personale, avvelenandone i pozzi. Ma quel mondo finto era emerso durante la grande pandemia e il lato peggiore di ognuno si era palesato. Con la possibilità di gettare nuove basi, più solide, più vere, quell’atto iniziato con un bacio era l’antesignano destinato forse a soccombere, ma coraggioso nel protrarsi in avanti tracciando una nuova rotta. Il fermento non era solo culturale, ma umano.

Rimanevano così i due amanti, uniti nel caldo giugno di quell’anno promettendosi di riscoprire l’amore non per come gli era stato raccontato fino ad allora, ma in modo nuovo, genuino, vero, dopo lunghi anni passati a desiderarsi senza potersi davvero toccare.


Nella penombra continuavano insaziabili, sempre più affamati, incuranti del comune sentire. Non avevano tempo per dedicarsi al vociare persistente e invidioso di chi per troppo tempo aveva represso ogni desiderio, anche il più piccolo, trincerandosi dietro a quella assurda pantomima a cui l’essere umano si lega, s’incatena, s’imprigiona, fatta di stereotipi, stati sociali, apparenze. La stessa che rigettavano e come loro tanti altri, rialzando finalmente la testa tra le macerie di un mondo caduto in disgrazia ma pronto come mai prima di allora, ad essere ricostruito, libero una volta per tutte.

Ogni cosa riprese vita.

Daniele Gareri

Standard
storie, vita

Tra parentesi

Sono i rumori della quotidianità che si stanno via via spegnendo a farmi riflettere.

Ancora una volta quella sensazione strana, non di disagio ma di fluttuante attesa, intrappolato in un limbo tra due parentesi. Ed è un su e giù mano a mano che i numeri crescono, un correre ai ripari aspettando gli ultimi bonifici, mentre i pendolari non lavorano più perchè al di là del Po le serrande sono già abbassate. Le prime nebbie iniziano ad avvolgere i dubbi che per mesi ho soffocato in qualche angolo remoto della mia mente, quando quest’estate in spiaggia insieme a voi ho dimenticato la prima chiusura archiviandola come uno stupido incidente di percorso.

Adesso sento più forte la presenza di questo virus: lo vedo negli occhi della gente, nei bambini che giocano indossando mascherine colorate, lo vedo nel mio dirimpettaio anziano che accosta la tenda e guarda la strada, lo vedo negli automobilisti nevrotici. Vinceremo questa battaglia, ma a quale prezzo? E’ la domanda che mi faccio tutti i giorni. Mando un messaggio nel gruppo whatsapp “Family”, ci scambiamo qualche battuta, un sorriso, un sospiro. Inconsciamente cerco questi sprazzi di normalità ma come voi non ho più voglia di scrivere #andratuttobene. Siamo arrabbiati, delusi, nervosi e fortunatamente non cantiamo più dai balconi.

Sento il profumo di legna bruciata e mi ricordo di autunni più felici quando cucinavamo le caldarroste nel camino, insieme, in cucina. Tra queste due parentesi porto con me le persone più care di cui ho imparato ad apprezzare la presenza contingentata in questi mesi. Continuiamo a vivere sulla nostra pelle questa pandemia. Accettiamolo il prima possibile e affrontiamo tutto con quel poco di lucidità che ci è rimasta.

Sarà un lungo inverno.

Daniele Gareri

Standard
storie, vita

La seconda ultima volta

Lievito

Dov’erano le tue mani quando mi guardavi piangendo, senza più nulla in tasca e con un solo sogno. Dov’erano le tue poesie mentre tutto chiudeva e noi potevamo solo guardare, dov’erano le promesse di tempi migliori, i sogni, le storie?

In una domenica mattina di fine ottobre penso a noi. Non scivolare via nelle pieghe scure di questi pessimisti cronici, insoddisfatti, inconcludenti, moralisti apatici, dimmi si, dove vorresti essere per l’ultima volta, la seconda ultima volta.

Balliamo insieme questa canzone tra luci soffuse e nebbie precoci, culliamoci nel nostro presente. Profumo d’autunno che accompagna i tuoi passi, ti muovi sorridendo e negli occhi ancora quella speranza, cosa siamo diventati?

Si alternano giorni di sole a giorni di pioggia e tu non sai dove sono, io non so dove sei, eppure tu sei qui insieme a me ed io con te mentre il mondo cambia e guardiamo la storia prendere una strada diversa da quella che immaginavamo quando oggi come allora con niente in tasca, abbiamo un solo sogno, tra bustine di lievito, pane, ricette veloci e profumi che invadono casa ancora una volta.

Daniele Gareri

Standard
storie, vita

Tutto ciò che siamo (terza parte)

Terza e ultima parte di “Tutto ciò che siamo”

Buona lettura!


Col passare del tempo avevano iniziato a progettare il loro futuro. Non era stato semplice all’inizio: lei doveva sciogliere alcuni nodi importanti della sua vita privata prima di approdare tra le sue braccia e lui questo lo sapeva, accettandolo e aspettandola. Tra alti e bassi si erano presi per mano, era stata una scelta voluta, desiderata, coraggiosa. Ora aveva il presentimento che qualcosa in lui fosse cambiato. Lo sentiva diverso negli ultimi tempi ma non sapeva indicare bene la causa e su questa voleva indagare lei, alla quale finalmente daremo un nome: Diletta.

Diletta sapeva di non essere stata perfetta fino ad allora, ma sapeva anche di aver dato il massimo per far funzionare quella relazione. Si era impegnata e l’aveva fatto con la spensieratezza che solo l’amore porta in dote. Lo aveva aiutato in tutti i suoi momenti più difficili ed erano cresciuti insieme completamente incuranti delle invidie dei coetanei che vedevano in loro quella luce naturale delle coppie genuine, senza secondi fini, insieme per amore e non per il consenso social. La telefonata di lui, Paolo, questo il suo nome, la sorprese: doveva essere qualcosa di molto importante.

Paolo dal canto suo non riusciva più ad aspettare. Avrebbe parlato prima con lei, poi con la sua famiglia, questo sarebbe stato il piano, non poteva certo continuare così. Il suo sistema nervoso era sollecitato su più fronti e i suoi nervi tesi lo portavano in poco tempo al limite facendogli fare cose di cui si sarebbe pentito poche ore dopo. Inoltre, dimagriva giorno dopo giorno e questo rendeva tutto più visibile. Diletta più volte le aveva chiesto di quelle occhiaie scure e di quei forti mal di testa senza ottenere risposta. Paolo era abile a divincolarsi, ma ora non resisteva più. Si era accorto che per tutta la vita aveva fatto ogni cosa da solo. Non aveva chiesto niente a nessuno e questo lo aveva reso sempre libero. Ci credeva Paolo nella libertà. Durante il periodo di militanza politica combatteva con ogni mezzo per preservare una libertà troppo spesso minacciata. Non si faceva intimorire dalle avversità e in un primo momento non si era spaventato nemmeno quel giovedì mattina uscito dall’ospedale dopo il colloquio con l’oncologa che senza troppi giri di parole gli diceva quello che Paolo già sospettava: aveva un tumore al cervello non operabile.

La prima cosa che gli era venuta in mente era una di quelle trasmissioni americane dove alcuni pazienti sono afflitti da malattie strane, si immaginava già con la testa deformata su un lettino d’ospedale. L’idea lo faceva ridere nervosamente, tanto da spiazzare l’oncologa che aveva immaginato tutt’altro dialogo con un giovane ragazzo che poteva avere ancora tutta la vita davanti e invece ora doveva fare i conti con una scadenza imminente.

In macchina però, solo con i suoi pensieri, realizzava quello che era appena accaduto e scoppiava a piangere così tanto da doversi fermare. Il colpo era stato durissimo, un diretto in faccia che non ammetteva repliche e KO tecnico al primo round. Faccia a terra, silenzio. Stop.

Ripartendo, frastornato e confuso, pensava naturalmente a Diletta e tutti quei progetti insieme di cui avevano parlato. Avrebbe affrontato un percorso di cure certo, ma non ci sarebbe stata salvezza, nella migliore delle ipotesi un ritardo a quell’appuntamento che per ora non voleva nemmeno immaginare.

I giorni passavano lenti e apatici per Paolo e solo dopo qualche tempo si decideva a raccontare tutto a Diletta.


E’ strano che Paolo mi voglia incontrare, solitamente è molto diretto non ci gira intorno, mi dice subito quello che mi vuole dire senza perdere tempo è una delle cose che amo di lui. Mi vuole lasciare? Forse si è stancato di me?Cos’ho sbagliato? No, è impossibile dai. Non ho avuto nessun segnale in questi mesi da parte sua..o forse si? Effettivamente lo vedo cambiato da un po’ di tempo, cupo, triste, non sorride più. Cazzo, è possibile che non me ne sia resa conto prima? Che stupida che sono! CHE STUPIDA! Ha un’altra. Ora Dile, CALMATI. Calmati subito. Se non fosse questo il motivo? Se fosse altro? Forse è successo qualcosa a lavoro, anche se l’ultima volta mi parlava di un ambiente finalmente stimolante, possibile che si tratti di lavoro? Può essere, perché escluderlo. Magari vuole invece parlarmi della casa? No, me lo avrebbe già detto. Ho caldo e questo cuore è la volta buona che mi esplode trasformando tutto in un bello splatter di Tarantino. E’ come stare sul palco con i riflettori accesi, il teatro pieno e non ricordi le battute. L’unica volta che è successo l’ho intravisto in platea e per poco non scoppiava a ridere, lo stronzo! Eccolo, sta arrivando! Ricomponiti Dile. Quanto è bello con quella camicia. Cosa faccio? Gli corro incontro e lo bacio? Aspetto? Vado? Cosa faccio!!! Voglio baciarlo! Non mi lasciare Paolo, qualunque cosa tu voglia dirmi, NON MI LASCIARE SOLA, MAI!!

Ci siamo, eccola, è meravigliosa Diletta, la amo, l’ho sempre amata e sempre l’amerò. Si, ho fatto i miei errori certo, ma siamo ancora qui. Per ora, per poco, però. A questo punto credo di poter dire con certezza che sia il momento peggiore di tutta la mia vita. Doverle dire che avrò poco tempo ancora, cazzo, come quel film “Autumn in New York”? Si, ecco, una cosa simile. Devo solo evitare di piangere mentre sto camminando, sarebbe ancora più difficile. Da dove inizio? Dai miei mal di testa? O vado diretto al punto? No, sarebbe troppo. La prenderò larga, le dirò che a volte la vita ci mette davanti ad ostacoli insormontabili anche quando siamo abituati a lottare fino alla fine. Le voglio dire che non è vero che tutto si sistema, che ci sono cose per cui non puoi fare nulla. Ma nonostante tutto l’amore rimane, il ricordo rimane. Stronzate? Eh, forse si. Chissà cosa starà pensando, forse che voglio lasciarla? Pazza. Anche se tecnicamente è così, la abbandonerò. Non voglio pensarci, NON VOGLIO. Ma non starò a guardare il lento deformarsi del mio corpo. Approfitterò di ogni secondo per stare con lei, finché le forze me lo permetteranno terrò la sua mano. Perché a me? PERCHE’ A ME!! La nostra casa con giardino? Dovrò dirle quelle cose come nei film “è importante che tu trovi qualcun altro che possa amarti?”. Certo, non posso pensare che venga a pregare sulla mia tomba per il resto della sua vita, non è il momento di pensare a me, io diventerò cenere tra poco. Continuerà ad amarmi? Penserà a me quando guarderà un tramonto? Ascolterà le nostre canzoni e passerà un po’ di tempo nei nostri posti preferiti? Spero troverà qualcuno che si possa prendere cura di lei aiutandola ed amandola ancora di più! Dio quanto è difficile. Mi sembra ancora più bella ora che è qui ad un metro da me, ho voglia di baciarla, non voglio nient’altro. Diletta, IO NON TI LASCERO’ MAI!


In quell’oceano di pensieri Diletta e Paolo si trovavano a fare i conti con la realtà per quella che era: dura, acerba, insensibile, a volte. Si erano promessi di vivere giorno dopo giorno nel modo più intenso possibile consapevoli del dolore a cui sarebbero andati incontro ma determinati nel volerlo affrontare insieme fino all’ultimo istante.

Fine.


Questo breve racconto è dedicato ai tanti Diletta e Paolo che affrontano la malattia con discrezione, silenzio e amore fino all’ultimo istante. Ai Diletta e Paolo che non si dimenticheranno mai.

A voi.

Daniele Gareri

Standard
storie, vita

Tutto ciò che siamo (seconda parte)

Seconda parte di “Tutto ciò che siamo”, buona lettura!


Gli ho dato un pugno nello stomaco e l’ho visto piegarsi, poi un calcio in faccia ed era definitivamente a terra. Se lo meritava, avrebbe dovuto smetterla di prendersela col mio amico. Ha cercato di fermarmi in tutti i modi ma questa volta non ha funzionato. Non sono mai stato un tipo manesco anzi, ma da qualche tempo il mio sistema nervoso è messo a dura prova. Per decomprimere sono andato a salutare i miei genitori e li ho trovati stanchi ma felici, seppur di poche parole. Quella campagna è rigenerante. Per calmarmi l’attraverso in bici anche se ora si tratta di qualcosa di molto più grande e non credo possa bastare. Con loro dovrei parlarne, mi vedono cosi strano ultimamente. No, forse è troppo presto. Hanno sempre avuto un occhio di riguardo per me, ma devo trovare il modo e il tempo giusto per affrontare il discorso. Sapete, nella mia vita non ho mai chiesto aiuto e non solo per orgoglio, sono stato abituato a cavarmela da solo, in ogni cosa. Però adesso è diverso. Il giorno in cui l’ho scoperto ho provato ad immaginare cosa sarebbe cambiato. Non pensavo a me, pensavo a quello che avrei perso: lei. Andarmene e lasciare per strada l’unica persona che mi ha sempre sostenuto? Sapere che possa soffrire anche solo un minuto mi distrugge. Ne abbiamo passate tante insieme uscendone sempre più forti. Ha chiuso alcune crepe, se non veri e propri squarci interiori, con la sua eleganza e delicatezza. Vorrei provare a raccontare come il suo amore sia riuscito a rigenerarmi ma non ci riesco. Ci ho provato milioni di volte e la mia goffaggine mi ha portato solo a recitare una lunga lista di frasi scontate degne della confezione maxi di cioccolatini Baci Perugina. Quindi ho affidato alle emozioni questo compito, ai silenzi, ai libri letti fianco a fianco o agli sguardi d’intesa, alle albe in macchina mentre raggiungiamo il mare, ad un concerto o uno spettacolo teatrale. Alla presenza fisica e concreta, motivo per cui può contare sempre su di me ed è per questo che non posso più temporeggiare, devo parlarle e deve sapere, del resto non mi interessa più nulla. Ma per lei, solo per lei, vorrei continuare a vivere.

continua….

Standard
storie, vita

Tutto ciò che siamo (prima parte)

Questa storia verrà pubblicata in tre parti. Nei prossimi giorni il seguito.

Buona lettura!


Mi piace camminare sul palco quando il teatro è ancora vuoto. Arrivo sempre un po’ prima, è il mio rito portafortuna ormai. Assaporo il silenzio, ma anche il profumo delle poltrone, del sipario in velluto, della carta sul leggio. Da bambina durante i saggi di danza mi intimoriva il palco e cercavo lo sguardo dei miei genitori in mezzo alla platea, puntualmente li trovavo lì, in seconda fila mentre mi sorridevano. Bastavano quei pochi secondi a farmi passare ogni tipo di paura. Quando anni fa ho iniziato a fare teatro, questa abitudine mi è rimasta. Da ballerina ad attrice, sempre sul palco e loro lì in seconda fila. Sono stata per anni la loro principessa, la figlia perfetta, l’esempio di vita lineare e tranquilla. Quando entro in teatro mi trovo nella mia dimensione che si muove parallela alla realtà ma l’una non può fare a meno dell’altra. Purtroppo non vivo facendo l’attrice, anche se è la cosa che vorrei più al mondo. Sono una commessa e durante le mie giornate vendo abbigliamento. E’ un bel lavoro e mi permette di vivere dignitosamente. Dopo la mia laurea non ho mai trovato un impiego consono ai miei studi anche perché la mia aspirazione non è mai stata quella di rimanere dietro una scrivania tutta la vita. I miei genitori non avrebbero voluto questo ma d’altronde non mi è mai interessata la vita di paese, le logiche, i pettegolezzi, sono cose che non mi riguardano. Io voglio nutrirmi della bellezza che vedo, della parole che leggo, della cultura di cui mi circondo e la voglio condividere con lui. Posso dirlo con certezza: è entrato nella mia vita come un fulmine a ciel sereno ed ha messo sottosopra ogni cosa. Non è solo amore, è salvezza. Anni fa ho toccato il fondo, sono rimasta sola. Avete presente quelle scelte sbagliate che ti portano lontano da casa, dagli affetti più cari, lontano da tutto e tutti? Mi ero persa e per troppo tempo ho navigato a vista mettendo in dubbio ogni cosa. Davanti ad un specchio mi cercavo dandomi appuntamento alla stessa ora. Fissavo i miei occhi per ritrovare quel bagliore di un tempo ma notavo solo lacrime. In quei momenti pensavo di aver sbagliato tutto, di non essere all’altezza, cedevo e credevo di non farcela. Posso dare un nome a questa cosa ma non lo farò ora, vi basterà sapere che sono due le cose che mi hanno salvata: l’amore per lui e il palcoscenico.

continua…

Standard
storie, tempo

Due parole in via Veneto

vecchia-finestra

E’ l’ultima domenica del mese di marzo e la temperatura aumenta lievemente giorno dopo giorno. Finalmente la Primavera, se ne sente il profumo leggero, un sollievo adesso che l’orario è cambiato e un’ora di luce in più accompagnerà le nostre giornate. In sottofondo un po’ di musica mi esorta a mettere su una moka di caffè per assecondare il pomeriggio nel migliore dei modi. E’ decisamente una domenica di fine marzo, ideale per un giro in bici o chessò, una passeggiata in campagna.

Sarebbe tutto perfetto se non fossimo nel bel mezzo di una quarantena di cui ho perso il conto dei giorni. La pandemia continua, invisibile, a mietere vittime nascosta all’ombra dei ciliegi in fiore. I bollettini delle 18 sono ormai un appuntamento fisso e sia il conto dei contagiati che dei morti non accenna a diminuire. Giorno dopo giorno aumentano anche i nostri dubbi, su quando usciremo e soprattutto come ne usciremo. Le giornate trascorrono silenziose, abbastanza simili le une con le altre, occupate comunque da una miriade di piccole o grandi cose che ognuno di noi ha scelto di fare. C’è chi cucina, chi legge, chi fa esercizi fisici, chi canta, chi dipinge, chi scrive, chi ha la possibilità di lavorare da casa, chi fa progetti per il futuro, chi cerca un lavoro, chi sistema casa, chi ascolta musica. La vita sta scorrendo lenta tra le mura di chi una casa ce l’ha, con un pensiero, pressochè costante, a chi in questo momento sta combattendo in prima linea e a quelle famiglie che in queste ore piangono le loro vittime.

Oggi sono alla finestra, sto prendendo qualche appunto mentre osservo la via in cui abito, desolata, come tutti i giorni ormai. Mi concentro sui rumori e le voci che provengono dagli appartamenti attorno al mio. Sento stoviglie che vengono spostate, dialoghi più o meno accesi, e sorrido mentre ascolto una famiglia napoletana discutere in dialetto stretto, non so dirvi di preciso la zona di provenienza. Sotto di me un ragazzo con mascherina e passo veloce si appresta a rincasare, mentre davanti a me e dietro una tenda noto il mio vicino guardarmi. Faccio finta di nulla e continuo a scrivere. Dopo qualche minuto alzo nuovamente lo sguardo e lo ritrovo lì, sempre a guardarmi con più curiosità, quasi a voler leggere i miei appunti (nulla di che, una sorta di diario). Gli sorrido e abbasso lo sguardo intento a finire la frase per non perdere il filo. Finisco e vado a capo, riguardo verso la finestra ora aperta e trovo due coniugi, non piú solo uno, a guardarmi. Saluto sorridendo e loro ricambiano chiedendomi come sto. Iniziamo a parlare e, cercando di trovare tutta la positività che mi caratterizza ma che in questi giorni è andata nascondersi da qualche parte dentro di me, provo a rincuorarli e fargli un po’ di compagnia per quanto mi sia possibile da una finestra all’altra. Noto la loro preoccupazione che non è molto diversa dalla mia, ma soprattutto, la voglia di parlare e di scambiare due parole. Ho detto loro di non avere paura, che tutto passerà sicuramente, che ci vorrà del tempo, ma che si sistemerà tutto e mentre lo dicevo a loro, lo ripetevo a me stesso. Mi dicono che ascoltano la musica che metto su tutte le mattine e mi chiedono se ho il riscaldamento acceso visto che sono sempre in maniche corte e finestre aperte. Rispondo che no, il riscaldamento lo accendo solo alla sera e sto in maniche corte perchè ho caldo ma in un attimo mi trattengo dal ridere al pensiero di questi due simpatici signori che osservano la mia quotidinità mentre per esempio canto a squarciagola o ballo scoordinatissimo in mutande. Si faranno sicuramente grasse risate, e va bene cosi.

Questo contatto di pochi minuti da una finestra all’altra mentre il sole di fine marzo scalda nostri volti e una brezza leggera spazza via i pensieri negativi, a loro e a me, ha contribuito a cambiarmi la giornata. Ricordando loro che le mie finestre sono sempre aperte (in questi giorni la temperatura lo permette) nel caso abbiano bisogno, ci siamo salutati molto più sereni, come se questo breve scambio sia stata una boccata d’aria fresca e rigenerante.

{Dopo pochi minuti ripassava l’altoparlante che ricordava di stare in casa e mettendomi a scrivere pensavo che la battaglia è ancora molto lunga, ma sicuramente ne usciremo.}

Due parole in via Veneto.

Daniele Gareri

Standard
libertà, passione, storie, tempo, vita

Mustang

Route 66 motorbike riders.

Il motore della macchina è ancora caldo, intorno il nulla.

La lingua d’asfalto procede verso l’orizzonte e le linee gialle che delimitano le corsie, brillano sotto il sole cocente. Sfrecciano alcune Harley con i loro grandi borsoni in pelle e qualche camion con rimorchio dal passo lento e pesante. Lei ha una bandana con cui si è legata i capelli e degli occhiali da sole a specchio, un paio di jeans aderenti ed una maglia a maniche corte bianca. Il cielo è azzurro e si riflette sui suoi occhiali. Lui è appoggiato alla macchina e la sta guardando senza farsi notare con le mani in tasca.

La cabrio è una Mustang del 68, bellissima. Stanno viaggiando da giorni ed ora si sono fermati sgranchendosi un po’ le gambe e godendosi il silenzio. La ragazza si è sdraiata sul cofano ancora caldo e guarda all’insù. Lineamenti perfetti, capelli biondi, ed un sorriso sublime di quelli che non smetti di guardare nemmeno se lo vuoi. Da giorni parlano ininterrottamente ma ora rimangono in silenzio. Non ci sono telefoni che squillano, messaggi a cui rispondere o social da aggiornare. Solo loro due, una strada e le montagne all’orizzonte. Lui ora si sdraia accanto a lei. Si guardano e negli occhi la passione dentro due vite che finalmente rinascono. Al diavolo il tempo perso rincorrendo sogni ed obbiettivi imposti da altri, al diavolo le parole e i contratti, al diavolo quegli stupidi traguardi imposti come scadenze che uccidono silenziosamente quella stessa passione di cui loro hanno necessariamente bisogno.

Ora c’è solo un caldo intenso, di quelli che ti prendono dal più profondo angolo del tuo corpo. Le giornate da queste parti durano a lungo: arriverà il tramonto e la notte sarà fredda, ma avranno modo di farsi coraggio. Adesso è solo il tempo giusto per vivere queste emozioni: chi non sa, non può capire. Si abbracciano ed hanno il cuore a mille. L’asfalto è bollente e le note di quella famosa canzone scivolano via veloci, non possono fare altro che ascoltarle sorridendo. Cercano la complicità nel nulla più assoluto, su una strada deserta, mani tra le mani, occhi negli occhi. Spogli di ogni presunzione ma con l’unica certezza di avere a fianco qualcuno con cui viaggiare e andare lontano.

Accelerando sulla route 66.

 

continua…

Daniele Gareri

 

Standard
ad est, sole, storie, tempo, vita

Cronache dal fronte est.

PSX_20171030_162442

Gli ultimi inverni sono stati più freddi del solito.

Nel tardo pomeriggio avete preso il borsone in pelle con vestiti pesanti, qualche ricordo ed una sola foto scattata tempo fa in una località di mare con un canale che attraversa il paese. Ingiallirà nel tempo in mezzo alle parole non dette. Le festività all’orizzonte sono l’ennesimo miraggio che vorreste evitare, la carta da parati colorata che ricopre le crepe sempre più grandi dell’intonaco a tratti ammuffito nelle case abbandonate. Non piove, non nevica, c’è solo molto freddo. Il vento ha ripulito l’aria portandosi via tutto, ma non è il momento della resa e nascosti tra le trincee i sogni che non svaniscono. Uomini e donne bussano alla porta, figure malnutrite chiedono aiuto cercando un appiglio: aprite le porte. Entrano ed escono velocemente, portano via tutto e lasciano in bocca il sapore amaro di un piatto di verdure selvatiche. S’impossessano di quello che possono e scappano -non si sa dove-  dileguandosi nel buio. Questione di secondi. Le mani sono tagliate e le nocche sanguinano, finalmente un po’ di calore. Un calore effimero però, che fa male. Sistemati alcuni libri ingialliti dal tempo, avete tenuto solo gli appunti di viaggio in cui annotate ogni piccolo dettaglio in meticoloso silenzio. Un paesaggio desolato e martoriato dalle bombe di una vita intera. Solchi nella terra e abitazioni in parte crollate. I buchi dei fucili d’assalto sui muri e qualche scarpa spaiata sul ciglio dell’unica strada percorribile. L’alternanza tra il giorno e la notte si fa sempre più sottile, poche ore per dormire. Cappotti in lana scuri, portati come armature: fuori fa freddo. Capelli legati ed occhi grandi, nei lunghi silenzi nessuno si muove. Ci si osserva, ci si studia. Parole accostate l’una accanto all’altra come queste, unite solo da un’immagine chiara ed eloquente. Il grigio dell’inverno con le sue sigarette fumate in fretta mentre in lontananza forti esplosioni ancora e minareti che richiamano i fedeli. La paura si è insinuata nei meandri più nascosti. Chiusi in un guscio di indifferenza ed impassibili ai sentimenti come gioia, amore, felicità, correte sul fronte est. Stop

E poi all’improvviso sul ponte, due ragazzi fanno qualcosa di strano: si prendono per mano, si accarezzano, si abbracciano. Inariditi guardate la scena senza proferire parola. Un rallentamento del tempo improvviso e un rumore strano al centro del petto, come un battito regolare che lentamente riprende. Non si sente più nulla ora a parte qualche eco lontano. Continuano a guardarsi negli occhi i due, ed ora sono più vicini. Non lo faranno davvero – si pensa – gesti cosi rivoluzionari e pericolosi, fermateli! Ma loro sono sempre più vicini e,  con una smorfia sul viso, sussurrano qualcosa. I battiti aumentano tra agitazione ed uno strano calore dentro. I cecchini appostati sui tetti sono pronti a fare fuoco, ipnotizzati però da quegli strani gesti, rimangono immobili. Labbra che si sfiorano piano e si avvicinano, danzando come un walzer sul ponte tra gli echi di morte e dolore che si stanno affievolendo. Ed ora a pochi millimetri, si toccano queste bocche, entrano in contatto. Cercate di capire perché si stringono cosi forte quasi a non lasciarsi andare e nel cercare risposta ricominciate a respirare, riprendendo coscienza, scrollandovi di dosso lo strano torpore in cui siete caduti. Da lontano qualcuno grida – un ba..un Bacio!- e nello stupore generale, il sole rinasce sul desolato fronte est. Stop

-cronache dal fronte est-

Daniele Gareri

Standard