Flusso natalizio

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Premessa: non c’è stato nulla di normale in questo anno, quindi non sarà un intervento lineare, chiarificatore o rassicurante, piuttosto l’occasione, ancora una volta, di poter liberare i miei pensieri. Questo, nel momento particolare che stiamo vivendo, mi sembra già di per sé un grande successo e poco importa di chi-pensa-cosa o dei virtuosi da tastiera con cui io non condivido nulla se non la passione per le parole. Dico questo perché le vostre etichette non mi appartengono, mai mi apparterranno e non ho nessuna velleità se non quella di condividere con chi mi segue i miei punti di vista. Non cercate per forza risposte, sarei molto felice invece se nascesse in voi qualche domanda. Buona lettura!


È Natale e come sempre ti scrivo, ormai è una consuetudine. Quest’anno va così non è necessario parlarne ancora. Più che altro, volevo chiederti come stavi e quali sono i tuoi programmi per i prossimi giorni. Che significa che non farai nulla perché siamo in zona rossa? Che c’entra, nemmeno io farò qualcosa. Ti sei stancato di leggere? Di scrivere? Di guardare film a caso su Netflix e le sere ti sembrano tutte uguali? Che ti devo dire. Non devi per forza fare qualcosa, puoi startene seduto in un angolo mettere su un po’ di musica e non pensare a niente. Provaci. Ti sembra tempo perso? Non lo so, forse lo è, ma cosa vuoi fare? Ah ci sono, fai qualche corso on line no? Pare siano diventati tutti esperti ora, certificati e pronti per il 2021. Eh, anche a me sembrano un po’ tutti fenomeni ma non ne parlo perché rischio di essere inserito nella stessa categoria quindi mi limiterò a dialogare con te. Come sto? Tutto bene nonostante il periodo non facile. A dire il vero devo ringraziare una persona molto importante che mi è accanto e da quando le cose hanno preso una piega diversa, nuova, indecifrabile, mi sta aiutando. A volte cambiare qualcosa fa bene e c’è sempre un motivo, l’importante è che le parti coinvolte lo riconoscano, credo. Tu cosa dici? Per te è facile, da tempo me lo dicevi. Ad ogni modo, se adesso mi chiedi come vedo il futuro non ti rispondo. Intanto perché non lo so, e se lo sapessi saprei come concentrare al meglio le mie energie, ma non te lo so dire quindi vado a tentativi. No, non mi preoccupa, in questo anno ho scoperto di avere ciò che mi serve e non è niente che io possa toccare con mano. Sono scelte anche queste probabilmente se scrivessi dall’alto di un attico a New York scriverei in modo diverso, può darsi, non lo escludo. Comunque ho un problema con chi vuole piacere a tutti e mi odio quando cado nelle stesse logiche. Oh sì, certo che capita. Cosa voglio fare? Eh, cercare di migliorare, lasciare correre, ma non fare finta di niente. Quali sono i miei obiettivi per i prossimi anni? Sicuramente raccontare di come siamo usciti da questa pandemia. No, non ho la nausea e non devo lottare per allontanarla. Forse qualche a volte, ma non è una costante. Mi chiedi se mi piace questa corsa a chi vuole dimostrare di avere successo nella vita? Anche qui penso sia questione di scelte, ognuno si sente realizzato come crede. Eh lo so, per alcuni se non rientri in certi standard sei un fallito ma potresti sempre cancellarti da Facebook e Instagram, andrebbe sicuramente meglio. No, non ho intenzione di toglierli per ora, mi piace condividere i miei pensieri. Sì, certo che lo farò, un giorno lo farò, ma non ora. “Alla tua età io facevo grandi cose” non posso dirtelo, abbiamo la stessa età e comunque non la sopporto più questa frase. Perché? Vorrei solo contestualizzare i tempi senza usarli come alibi. Mi segui? Mi hanno detto tempo fa che non abbiamo spina dorsale. Forse è vero, ma vorrei chiedere a un laureato con due master, cosa ne pensa. Non devo rispondere io, che non sono nessuno e neppure più tanto giovane. Voglio chiederlo a chi ha passato metà della sua vita sui libri e per scelta ha deciso di rimanere qui. Sai già quale sarebbe la sua risposta e puoi immaginare la risposta di chi invece ha deciso di andarsene tempo fa, cercare fortuna altrove lontano da casa, dalla famiglia e da tutto il resto. Lo sai, no? Anche qui è una questione di scelte. Ma sai, ti dico queste cose perché ultimamente ci ho pensato spesso. Certo, anche a chi ha perso i propri cari e questo natale lo passerà guardando la foto del padre che non c’è più e di un fratello che se n’è andato prematuramente, piangendo. Sì, ci penso. Se penso alla mia famiglia? Sì certo, come sempre. Avrei tante cose da dire su di loro, ma cercherò di farlo a voce anche perché leggeranno queste parole e se devono piangere, tanto vale piangere tutti assieme. Cosa mi manca di più? Viaggiare, ballare in mezzo ad altra gente, abbracciare. Quegli abbracci belli, forti, decisi, sinceri. Pensavi fossi più polemico in questo post natalizio? Hai ragione, parto sempre con il coltello tra i denti poi mi cade dalla bocca tutte le volte perché la apro stupito. O stupido. Sì, lo sono, non ho dubbi sulla mia stupidità. Mi fa compagnia nelle sere silenziose quando prendo una penna e faccio una delle poche cose che mi fa stare bene, no, non infilarmela nel naso. Scrivere. Ma forse anche infilarmela nel naso. Ho visto alcune foto di vecchi amici. Se penso al passato? Sì. Mi chiedi cosa penso? Che avrei potuto fare scelte diverse ma non con rimpianto, piuttosto con curiosità. Dovrei andare molto indietro perché riguardano il me ragazzino quello che girava insieme ai suoi amici con le grazielle truccate e gli adesivi attaccati sopra facendo la spola tra il parco Primavera e l’attuale quartiere che ai tempi era una grande distesa di terra e di campi coltivati. Negli assolati pomeriggi di luglio durante le vacanze, ancora piccoli per fare lavoretti estivi, scoprivamo il mondo attraverso le prime esperienze. Non c’erano pensieri e al massimo ti chiudevi in camera ad ascoltare della musica triste perché la ragazza che ti piaceva aveva baciato un altro. Adesso che ci penso in quei momenti ho iniziato a scrivere, canzoni soprattutto. Quindi cosa cambierei? Di questo nulla, ma in quel periodo sei chiamato a compiere scelte importanti per il tuo futuro e non ne hai ancora del tutto le capacità. Magari ora è cambiato, non so. Gli adolescenti adesso mi sembrano tutti molti più arguti, svelti e sensibili. Certo i difetti sono gli stessi, come ogni generazione. Però mi sembrano meno ingenui e non credo sia un male, anzi. Se c’è qualche occupatore di poltrone seriale non si offenda per quello che dirò ora, spostate i riflettori e puntateli con forza su questi ragazzi che in pandemia si sono attaccati alla bottiglia ed è risaputo che alla bottiglia ci si attacca solo dopo i trenta, suvvia. Dategli l’opportunità di qualche anno spensierato almeno. Se lo devono andare a prendere? Sì, ma devono avere anche le possibilità di farlo. Quest’anno ho pensato molto anche a loro e anche a tutti quei bambini che a un certo punto hanno cominciato a chiedersi cosa c’era che non andava se papà rincasava triste e la mamma non parlava tutto il giorno, con lo smartphone che vibrava ad ogni notifica di qualche gruppo whatsapp nostalgico come “Compagni di classe 83″. Di chi è la colpa? Non lo so, ma comunque ti ricordo che in giro c’è un virus che ha già fatto troppi danni. Intendo dire che a ‘sti bambini ci dobbiamo pensare tutti e non con un regalo comprato su amazon a ridosso del Natale. Come dici? Pensi siano problemi dei genitori? Non voglio dare consigli genitoriali, dico solo che è una questione che riguarda tutti e non possiamo esimerci. Quindi? E quindi niente, questo è ciò che ho pensato, non ho certo delle risposte. Ho delle supposizioni, delle idee magari, a volte. Ma risposte poche e non è nemmeno il mio compito. È già tanto trovare delle risposte per me figurarsi trovare risposte per gli altri. Ma poi, seriamente, da chi ci aspettiamo delle risposte ancora se non da noi stessi?

Buon Natale

Daniele Gareri

Mustang

Route 66 motorbike riders.

Il motore della macchina è ancora caldo, intorno il nulla.

La lingua d’asfalto procede verso l’orizzonte e le linee gialle che delimitano le corsie, brillano sotto il sole cocente. Sfrecciano alcune Harley con i loro grandi borsoni in pelle e qualche camion con rimorchio dal passo lento e pesante. Lei ha una bandana con cui si è legata i capelli e degli occhiali da sole a specchio, un paio di jeans aderenti ed una maglia a maniche corte bianca. Il cielo è azzurro e si riflette sui suoi occhiali. Lui è appoggiato alla macchina e la sta guardando senza farsi notare con le mani in tasca.

La cabrio è una Mustang del 68, bellissima. Stanno viaggiando da giorni ed ora si sono fermati sgranchendosi un po’ le gambe e godendosi il silenzio. La ragazza si è sdraiata sul cofano ancora caldo e guarda all’insù. Lineamenti perfetti, capelli biondi, ed un sorriso sublime di quelli che non smetti di guardare nemmeno se lo vuoi. Da giorni parlano ininterrottamente ma ora rimangono in silenzio. Non ci sono telefoni che squillano, messaggi a cui rispondere o social da aggiornare. Solo loro due, una strada e le montagne all’orizzonte. Lui ora si sdraia accanto a lei. Si guardano e negli occhi la passione dentro due vite che finalmente rinascono. Al diavolo il tempo perso rincorrendo sogni ed obbiettivi imposti da altri, al diavolo le parole e i contratti, al diavolo quegli stupidi traguardi imposti come scadenze che uccidono silenziosamente quella stessa passione di cui loro hanno necessariamente bisogno.

Ora c’è solo un caldo intenso, di quelli che ti prendono dal più profondo angolo del tuo corpo. Le giornate da queste parti durano a lungo: arriverà il tramonto e la notte sarà fredda, ma avranno modo di farsi coraggio. Adesso è solo il tempo giusto per vivere queste emozioni: chi non sa, non può capire. Si abbracciano ed hanno il cuore a mille. L’asfalto è bollente e le note di quella famosa canzone scivolano via veloci, non possono fare altro che ascoltarle sorridendo. Cercano la complicità nel nulla più assoluto, su una strada deserta, mani tra le mani, occhi negli occhi. Spogli di ogni presunzione ma con l’unica certezza di avere a fianco qualcuno con cui viaggiare e andare lontano.

Accelerando sulla route 66.

 

continua…

Daniele Gareri

 

Swing Baby, Swing!

swing202

Una, due, tre, quattro e così via. Sempre più forte, come se calcassi con quella penna consumata, una, due, tre, quattro. Apro alla vita – prego si accomodi, non è ancora finita- le finestre spalancate, le porte buttate giù con un calcio, la luce.

[Ti spiego, ho un dolore al petto, l’emotività mi frega ma questo te lo avevo già detto davanti a quel caffè che per una volta non ho preso corretto. Meriti un sorriso, e se ti tocchi le mani, io un po’ capisco. Mi racconti che ci sono strade che si incrociano, io ho la macchina che corre veloce, andiamo.

-ma dove?

-lontano

Stai sorridendo, non hai paura, accelero. E’ il tuo profumo questo. Il locale è affollato, c’è gente, la musica è buona. Stanno suonando dal vivo e ballano là, nell’angolo. Prendi coraggio, mi segui. Mi prendi per mano, ti seguo. Capelli lunghi, scuri, schiena dritta, fianchi morbidi. Sorridi e ti giri, e poi ancora, sorridi. Balli davanti a me, mi muovo, bevo d’un fiato il mio gin tonic: è forte. Ridi. Sei bella. Il ritmo si alza, balliamo, ti avvicini e poi ti allontani, balli – è swing baby – ed io sbottono la camicia il primo bottone mi sta soffocando, allento la cravatta e tu la prendi portandomi a te: siamo ad un centimetro, vis à vis, il profumo è fortissimo, le tue labbra lucide, sorrido, avvicino la mia bocca, ti giri, te ne vai, ti allontani, corri nella mischia, salti, il vestito ti segue, svolazza.

-ehi dove scappi!

-Meritatelo.

Mi aggiusto i capelli, sistemo la camicia, metto una mano in tasca, sguardo inebriato, il cameriere mi allunga un drink di nuovo, giù d’un fiato, brucia. Mi muovo sciolto –cosa fa quel tipo, si sta avvicinando un po’ troppo a te– ti prendo dal fianco – stasera sarai mia – una giravolta e poi un’altra, e poi un’altra ancora, ora segui tu il mio ritmo, una, due, tre, quattro. Ed ora siamo soli in pista, ci guardano, scivoliamo veloci, il trombettista soffia più forte, il bassista scandisce il tempo, il saxofonista si mette in proprio.. ed è il delirio.

-Oh cara, dove sei stata tutto questo tempo?

Mi stringi le mani, caldo, freddo, sguardi che si incrociano e si parlano, intesa. Ti avvicini a me, sento il tuo respiro, in affanno, in difficoltà, lo sento sul mio collo, sei vicina.

Sudati, attorcigliati, mani che stringono mani, corpi che si uniscono abbracciandosi dolcemente e poi più forte, diventando uno solo, gambe che si toccano, labbra che si sfiorano, e cosi, sempre di più.

Continuiamo, una, due, tre, quattro..]

New York 1927, suona Duke Ellington al Savoy Ballroom e Connie’s Inn.

 

Daniele Gareri

 

Da Quassù

 

Vista dal Rockefeller center, notte.
Foto scattata in cima al Rockefeller Center (Top of The Rock) 26 giugno 2016

Mi trovo in cima al “Top of the Rock”e sotto di me, la città che non dorme mai illuminata a giorno tra i grattacieli che svettano verso un cielo terso e limpido. E’una domenica sera di giugno, ventosa e calda. Sono completamente rapito da quello che i miei occhi stanno ammirando: la Grande Mela.

Eccola qui finalmente, che se apro le braccia posso contenerla tutta. Da quassù la vista è meravigliosa e l’Empire State Building è un piccolo gioiellino come quelli che puoi trovare da Tiffany sulla quinta. La quinta strada, il cuore di New York, in una Midtown che brulica di vita in cui la routine quotidiana si incastra perfettamente tra i larghi marciapiedi i tombini fumanti e i palazzi. La vedo da qui. In lontananza sento i clacson, le sirene, ed altri rumori che non riesco a definire anche perchè quassù c’è un vento fortissimo. All’orizzonte l’inquinamento visivo è tanto, le luci illuminano tutto. I newyorkesi non conoscono le stelle, ed hanno imparato a costruirsele da soli. Davanti a me l’Empire, oggi colorato in onore del gay pride, alla mia destra il fiume Hudson, a sinistra l’East River ed all’orizzonte, dopo i grattacieli del Financial District, l’oceano. Dietro di me il grande polmone verde di Central Park che di notte dall’alto è una grossa macchia nera, e tutt’intorno le strade che si incastrano formando un reticolato perfetto scandito dagli incroci e delimitati dai semafori attivi ventiquattro ore su ventiquattro. Su quelle strade, si inseguono le luci dei taxi gialli, le macchine, i camion; la vedo da quassù che si evolve secondo dopo secondo la capitale del mondo, dove tutto il mondo, ha imparato a incontrarsi. Nel bene e nel male è lei che sposta gli equilibri e che per certi versi li definisce: non partecipa al gioco, New York è il “gioco”, e ci penso mentre guardo i palazzi del financial district che da quassù sono dietro l’Empire.

Sono passate due ore ed ho voglia di gridare al cielo con tutta la forza che mi rimane, ribadire il concetto di essere vivo, smuovere ogni millimetro del mio corpo e risvegliarlo da quel torpore. Lo faccio. E non sono solo ora: ringrazio la persona che è al mio fianco in questo momento e con cui sto condividendo suddette emozioni che rimarranno per sempre.

Stasera però questa città mi sembra ancora più bella. Non riesco a distogliere lo sguardo. In poco tempo mi ha dato tutto, mi ha fatto sentire a casa, mi ha accolto completamente. Ha avuto pazienza con un forestiero, dandogli preziosi consigli. Ha condiviso tutto con lui, ha aperto il suo grande cuore mentre gli occhi lucidi si emozionavano per ogni piccola gioia. Stasera era ancora più bella. Stasera era ancora più vera.

E’ venuto il momento di scendere, devo tornare a casa.

Da Quassù, ti ricorderò per sempre

 

Daniele Gareri

Il vecchio west

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All’orizzonte c’è una speranza, ed è proprio là che si dirige.

Il suo cavallo tiene il bene il passo, muscoli allenati e una lunga criniera nera lucida. La sella è di un cuoio scuro, consumata dai mille viaggi, dalle intemperie e dalle lotte. Il suo fucile ha inciso nel calcio le iniziali del nonno, è un dono che si tramanda di generazione in generazione. Non ne fanno più di così precisi da queste parti.

Cavalca veloce, apparentemente senza meta, aquile nere danzano sopra la sua testa, si sistema il cappello e con una cicca in bocca, pensa alla strada intrapresa. Ha perso nel viaggio persone care e a sua volta è scappato da situazioni scomode, con il suo cavallo sempre pronto e sull’attenti. Ricorda uno per uno quei volti che lo affiancavano nelle scorribande notturne, proteggendosi le spalle. Fratelli, ma nel vecchio west nulla è scontato.

Ed ora non cavalca da solo, ma è solo con le sue forze che vuole riuscire. Così, quando sarà arrivato, scenderà da cavallo e continuerà a piedi portando con sè il fucile che spara pallottole nere come inchiostro, per difendersi e per cacciare. Gli stivali consumati lo abbandoneranno e i vestiti logorati dal tempo non basteranno per l’inverno rigido, quindi dovrà scuoiare un montone prendendosi la pelliccia senza troppi complimenti. Poi ne mangerà la carne attorno ad un falò e ripenserà a quella donna che gli ha donato il cuore. C’è una forza invisibile in ogni uomo, ed emerge davvero una volta soltanto.

Le montagne saranno davanti a lui, la salita risplenderà sotto il cielo stellato di una serena notte d’inverno, e non servirà nient’altro. Senza più alcuna aspettativa, sarà pronto per affrontare anche questa.

[Un sorso di whisky riscalda l’anima e butta giù le paure]

Daniele Gareri

I ragazzi, i marinai

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I due ragazzi sono partiti incrociando le labbra, baciandosi piano.

Le luci del porto si allontanano, i marinai iniziano il loro viaggio.

Sognano un approdo sicuro nella tempesta quotidiana. Giovani e pieni di vita, sussurrano parole che sanno di speranza (in una creuza sul mare immaginario d’una giornata d’ottobre fresca e umida, s’erano fatti una promessa guardandosi negli occhi). Ora, suoni d’oriente accompagnano i marinai che hanno iniziato a viaggiare e pieni di vita abbandonano casa con un po’ di nostalgia ma tanta voglia di vivere. E’ un viaggio duro, pieno di sale negli occhi, fatto di scivoloni su banchine umide e di sbronze emotive. Giornate che iniziano prima dell’alba tirando funi troppo pesanti ed issando vele gonfie d’un vento che un giorno ti spinge a largo e l’altro ti blocca. Un viaggio in mare è un sacrifico.

I due ragazzi continuano a baciarsi tenendosi stretti, evitando che le onde possano travolgerli. Uniti, non affondano, uniti navigano spediti. Solcano questi mari affollati e pieni di insidie, di mani traditrici, di arrivisti ben vestiti, di parolai gesticolanti mezzi diavoli e mezzi santi. Ah!Ma questi due ragazzi si scambiano libri e al loro interno, due cuori che rinsaviscono. Che dono, il più importante. Gli occhi parlano e rispecchiano una chiesa sul mare, la costa ligure e le barche a vela. , avevano deciso di partire insieme. Nei loro occhi sogni conquistatori, poco avvezzi ai compromessi, dai caratteri ruvidi e spigolosi. Come i ragazzi, come i marinai. I gabbiani volano danzando sopra di loro, l’acqua diventa sempre più blu e più profonda, le notti sono più scure e la solitudine li avvolge.

Ma non hanno più paura. I ragazzi hanno preso il largo, come quei marinai che partono.

Daniele Gareri

Il giorno dopo

liberazione

Il mio 25 Aprile.

la mattina inizia presto in sella alla mia bicicletta direzione Rocca, punto di partenza per l’annuale giro dei cippi Novellaresi. Alcuni volti noti mi ricordano la familiarità dell’evento e mi sento a casa. Girando per i cippi le emozioni sono tante ed ogni anno si rinnovano:

cos’è il 25 Aprile per me?

Prima di tutto una grande festa, un giorno di felicità assoluta e di ricordo, di immaginazione, di resistenza e di bellezza. Amo circondarmi ogni volta di persone che quei giorni li hanno vissuti sulla propria pelle con testimonianze che fanno da ponte temporale catapultandomi direttamente al 1945. Guardandomi attorno noto con piacere che questa sensazione è condivisa da tutti i presenti e ad ogni cippo la foto o le foto, mi ricordano che in quel punto preciso sono morte delle persone, nei modi più diversi e atroci e sono morte per un motivo preciso.

Le parole di Gina per esempio descrivono perfettamente lo scenario di quegli ultimi giorni, in zona Reatino. Chi resisteva lo faceva perché era stanco della guerra e dell’occupazione. Lottava per un futuro proprio e per le generazioni a venire. Quella gente – i nostri nonni e bisnonni – lottavano soprattutto per NOI per renderci persone LIBERE:

  • ci sembra scontato poter dire, scrivere, cantare, ciò che pensiamo
  • ci sembra scontato leggere ciò che ci piace
  • ci sembra scontato farci un’idea diversa
  • ci sembra scontato camminare liberamente per strada

Potrei continuare per ore, insomma tante cose che diamo per scontato, all’epoca non lo erano. La storia c’è lo insegna ed è nostro dovere ricordarcelo.

Nel giro dei cippi, sentendo le storie dei morti ammazzati dai nazi-fascisti ho provato molta rabbia. In primis perché la guerra -tutte le guerre- sono un male assoluto da estirpare al più presto (in questa direzione non abbiamo ancora imparato dagli errori passati); in secondo luogo penso che quel maledetto virus sia ancora vivo e vegeto e troppa gente lo alimenta soffiandoci sopra. E’vero tutto questo è soprattutto frutto dei tempi e delle profonde evoluzioni che stiamo subendo ma, il più grande errore che possiamo fare è quello di dimenticare ciò che è stato.

Non posso nascondervi la mia forte delusione nel leggere alcuni scritti da parte di chi strumentalizza il 25 Aprile attribuendo a questo giorno un colore politico. Questo significa che non abbiamo capito nulla riguardo al giorno della liberazione.

Il mio 25 l’ho passato assieme a tanti amici, abbiamo mangiato in piazza mentre alcuni gruppi si alternavano suonando un po’ di buona musica ed ho terminato la mia giornata a Casa Cervi in mezzo a migliaia di persone che come me festeggiavano la Liberazione.

Un giorno pieno, intenso, emozionante ecco cos’è stato per me il 25 Aprile. Ma l’esercizio di memoria deve continuare ancora negli anni a venire, e sta noi nuove generazioni, impegnarci affinché il ricordo rimanga vivo.

[No, non è vivere nel passato, ma dal passato creare un solido futuro.]

Daniele Gareri

Il giorno prima

25aprile

C’è fermento nella piazza.

Il vento soffia sulle bandiere, tutte in fila, là in alto come a dire: LIBERI.

Alcuni signori si ritrovano sotto al portico. Uno di loro mi racconta i giorni appena prima la liberazione, il 23 Aprile 1945. Lo fa con gli occhi lucidi a distanza di 70 anni: “arrivavo dal Borgazzo, per raggiungere la piazza, passando attraverso via Veneto. Una camionetta di tedeschi procedeva verso la Rocca, ma ad un certo punto fece dietro front e si diresse verso la stazione, scomparendo dalla nostra vista. Sentimmo degli spari -una raffica di mitra- e i tedeschi non c’erano più.”

Esultarono, mi ricorda questo amabile signore di 83 anni. Esultarono perché forse erano finiti i soprusi, le vessazioni, le violenze, la povertà e tutte le ingiustizie che la maledetta guerra porta in dote. Ma la fine non era ancora ufficiale.

Lo fu per tutti due giorni dopo, il 25 Aprile del 1945. Lo fu per il mio piccolo paese e per tutta la nazione. L’Italia era finalmente libera grazie a chi aveva combattuto fino alla fine, fino alla morte, grazie a chi aveva resistito, a chi non si era piegato, a chi aveva subito in silenzio.

Stasera mentre scrivo, c’è un buon profumo nell’aria. Quel buon profumo di primavera e di festa, domani è un grande giorno.

[il giorno prima]

 

Daniele Gareri

Il Temporale

Ecco il temporale.

Forte, intenso, rumoroso. Arriva così all’improvviso che molte volte non hai nemmeno il tempo di prepararti psicologicamente. Vedi qualche lampo, senti un leggero venticello che si alza, e poi all’improvviso eccolo che ti travolge. Nel giro di qualche secondo quei nuvoloni neri che vedevi in lontananza sono proprio lì, sopra di te, pronti a scaricarti addosso tanta di quell’acqua che nemmeno immagini.

La rabbia dei temporali mi ha sempre incuriosito. Sembra quasi che ce l’abbiano con qualcuno e che debbano assolutamente sfogarsi travolgendo tutto. Tu però che sei lì, nel bel mezzo della bufera lo cerchi un riparo ma non è detto che riesca a trovarlo perchè acqua e vento insieme alzano un muro che ti impedisce di vedere e quindi ti ritrovi a girovagare alla cieca senza sapere cosa fare, senza avere una collocazione, senza dare un senso alla tua vita.

Il temporale non dura tantissimo: qualche minuto poi passa. Ritornerà ma solo dopo. In ogni caso non puoi permetterti di fermarti, hai tante cose da fare, tante domande a cui rispondere, tante cose da riordinare. Un temporale cosi quando arriva spazza via tutto sia i panni che avevi steso che le tue belle certezze coltivate per anni. Un temporale cosi ti prende a schiaffi sul più bello facendoti notare che sei piccolo piccolo al cospetto di madre natura o del firmamento, se ci credi. Dovrai comunque prendere atto che ti impedirà di continuare su quella strada e ti renderà le cose molto difficili quindi dovrai avere una grande forza di volontà per sistemare tutto, asciugarti e ricominciare senza perdere tempo.

Ma dimmi, quanti temporali hai passato fino ad ora?

Forse tanti, e non ti sei mai arreso.

 

Daniele Gareri

Vecchi album, nuovi sogni.

Viaggi veloci nelle terre isolate su strade assolate intrise di ricordi confusi: di spiagge affollate, di acque pulite, sorrisi e carezze al tramonto, chitarre accordate e voci stonate come le mani toccate al buio, sotto quelle pinete infinite;

Lo vedi quel vecchio? Se ne sta a contare i giorni senza dire una parola è rimasto solo nella giungla, non ha telefoni e gli rimangono solo i ricordi di quando da giovane viaggiava veloce. Veloce come quel bambino che sfreccia in bicicletta, incurante del pericolo, cade, si rialza, cade, si rialza, piange, si diverte, e ricomincia.

Il bambino diventa un ragazzo si guarda allo specchio vede i segni sulla faccia, le mani tagliate, la barba che copre in parte il suo viso, un uomo ora, in men che non si dica, ieri giocava per quelle campagne, oggi gioca a sopravvivere. Si ricorda da dove arriva, ma non sa ancora bene dove vuole andare, nel caos dei non legami si lega a se stesso per non rimanere solo, cresce, cresce, cresce, guarda altrove verso quegli orizzonti scrutati dai coraggiosi e dagli audaci, non ha paura, perchè è libero dopo una vita in catene: invisibili, ma molto forti. Le ha spezzate con la forza delle idee, con il desiderio di vincere, con la consapevolezza dei suoi mezzi.

Prende in mano un vecchio album, ci sono foto della sua infanzia attorno ad un tavolo con tutti quegli amici, qualcuno è rimasto altri non ci sono più, il sorriso è lo stesso i sogni sono cambiati, non è diventato un architetto, un astronauta, un pompiere. Un’altra foto ancora immortala la sua prima comunione con tutti quei parenti accanto, alcuni ci sono ancora altri no. I suoi genitori hanno qualche capello bianco ora, ma lo sguardo è lo stesso, quello di un padre e di una madre venuti da lontano per mettere su famiglia mentre fuori pioveva ed il cielo era pieno di nubi. Ma non si sono mai arresi, mai. C’è una foto in cui da bambino gioca con il suo vicino di casa marocchino, giocano a calcio assieme: Italia – Marocco, andata e ritorno davanti alle rispettive case e mai nessuno si scandalizzava. Si sta chiedendo che fine abbia fatto quel ragazzo cosi simpatico, Majhid si chiama. Ai suoi compleanni invitava lui ed anche i suoi fratelli in mezzo agli amici italiani e mai nessuno si scandalizzava. E poi ci sono le foto della sua squadra, i canestri sembrano altissimi e la palla rimbalza come rimbalzavano le cotte per le ragazze all’epoca: incontrollabili. Di quella squadra qualcuno c’è ancora, altri non ci sono più, qualcuno gioca ancora, altri hanno smesso. La passione in tutti è rimasta però. Poi c’è una foto dove sono presenti tutti gli amici festaioli, quelli con cui andava a ballare nelle prime esperienze alcoliche, occhi vitrei e tanti, tanti, sogni. Le prime feste organizzate, i primi impegni sociali, i primi litigi, le prime esperienze sessuali, i primi insulti, le prime delusioni. Sfoglia quelle foto e ritrova quella ragazza che gli aveva rubato il cuore, ora è lontana persa chissà dove, ma ha il grande merito di avergli fatto capire che per trovare il meglio c’è da scavare, scavare parecchio. Ci sono le vecchie lettere, le parole scritte che rimarranno per sempre, esperienze che lo hanno fatto crescere e diventare ciò che è ora. Guarda sorridendo quei vecchi ricordi di un’adolescenza passata, di forti amicizie, di forti legami, dove tutto sembrava indistruttibile, guarda senza rimpiangere nulla dedicando un pensiero a chi ha avuto sempre una buona parola per lui, persone che ora sono sparse qua è là, ma se le ricorda tutte. Si sofferma sulla foto insieme ai suoi nonni, che ora riposano in pace, ed una lacrima gli ricorda che nonostante le distanze, ci sono sempre stati. Foto di ferragosti passati in spiaggia, o su vecchi trattori un pò arrugginiti. Che belli i vecchi album, quando gettano le basi per i nuovi sogni.

Ogni tanto si guarda allo specchio, gli occhi sono gli stessi ma il colore è più scuro, il sorriso è pressoché identico tranne per la frequenza con cui compare. La testa pesa, i pensieri sono molti di più, la voglia di essere utile aumenta, forse è il suo modo di redimersi dagli errori commessi. Ma infondo è felice, ha iniziato ora a selezionare le persone seguendo un solo requisito banale ma importante: il cuore. Sono rimasti i legami veri, i valori, e quella strana idea non conformista, libera e indipendente che continua a dargli forza, mentre tutto il resto se l’è portato via il vento insieme alle nuvole che i suoi genitori incontrarono trent’anni fa.

Sfoglia un nuovo album, completamente vuoto, cosa ci metterà dentro? Storie di tutti i giorni e come sempre, camminerà per la sua strada, senza mai arrendersi.

Vecchi album, nuovi sogni.

daniele gareri