silenzio, storie, tempo

Fuori dalla finestra

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Matteo Pericoli, Alcamo 2010

Fuori dalla finestra

Una madre che attende la figlia guardando fuori dalla finestra, spostando quella tenda cucita a mano dalla nonna che non c’è più. E poi le giornate di marzo che sono ancora un po’ fredde e il tepore di coperte pesanti, su divani scomodi, ed un camino ancora acceso. La televisione passa un film d’amore e le canzoni ripescano ricordi passati. Luce fioca di un timido sole.

Guarda le foto di quei due bambini cresciuti ormai, con la stessa premura, le stesse ansie, e gli stessi occhi innamorati. Passano gli anni nel silenzio dei piccoli gesti quotidiani e lei è lì, indaffarata a sistemare i fiori in giardino e a preparare la cena dopo lavoro. Rondini ritornano da un lungo viaggio, volano alte sopra i campi che stanno fiorendo. Sbocciano lentamente piccole speranze di un mondo migliore, ed i raggi del sole, scaldano l’anima di quel vecchio signore che sfoglia un album di foto rosso fuoco, ed un brivido corre lungo la sua schiena. La madre attende la figlia, mentre il figlio l’abbraccia dolcemente spostandola da quella finestra. Passano i giorni e le settimane, i mesi e gli anni. Nel tepore di una grande casa calda e accogliente si sviluppa l’idea non banale di vivere la vita sorridendo. Ma lei ritorna lì, davanti a quella finestra.

I giornali parlano di situazioni pericolose nelle città ad alta densità. Le radio passano canzoni poco impegnate ma molto ritmate. Le piccole cose, s’alimentano dell’amore dato e di quello ricevuto e crescono in silenzio, senza fare rumore, lontano dal fragore di slogan e grandi gesti. Oasi dentro al deserto, attimi di quiete nel caos totale. Là fuori il terrore, le guerre, il medio oriente. Lei guarda ancora attraverso quella finestra ma vede solo il vuoto. Muri che dividono, uomini che uccidono. Il generale ha dichiarato guerra, suonano le sirene. Scappano le persone. Crollano paesi e città intere, crescono i bambini orfani nel parco giochi di palazzi crollati e di ferri arrugginiti. Combattono quei soldati, sparandosi con fucili automatici. Nuvole di polvere causate da esplosioni controllate e bombardamenti di missili intelligenti, corse agli armamenti, testate nucleari pronte, è imminente. Equilibri precari sui confini che si spostano, ed arrivano barche piene d’umanità accompagnate da un mare che spaventa, centri d’accoglienza nelle campagne desolate dove una volta prosperava il grano.

Lontano chilometri e chilometri una madre continua a guardare fuori dalla finestra mentre il mondo si muove, aspettando una figlia che non tornerà nel curioso intreccio di vite che nascono, crescono, muoiono.

Daniele Gareri

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sole, storie, vita

Il primo sole

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Cronache di una giornata di sole.

Che bellezza!Sentite che profumo qua fuori signore e signori!!!E guardate su quel balcone, stanno sbocciando i primi fiori, e gli alberi fioriscono timidamente!Una giornata di sole così non si vedeva da mesi e mesi ormai, pare che l’inverno sia finito. Non ufficialmente però.

Bambini in bici ed altri che si lanciano un pallone gridando e correndo, correndo e gridando. Sentite come si divertono!Accorrete, questa è una giornata magnifica, credetemi. Ci sono ventiquattro gradi e al telegiornale parlano di oggi come della giornata più calda della settimana. Adesso ci credo, effettivamente ho tolto la giacca ed ho aperto la porta dell’ufficio cosi questo calore può entrare e asciugare un po’ quell’umidità che si accumula sempre con i mesi più freddi.

Sentite piano piano il calore? Ditemi, lo sentite?

L’abbraccio del sole che stringe e si fa presenza ammettendo di essere tornato per restare.

Uscite di casa, andategli incontro, presto!!

Quante biciclette girano oggi per la piazza, si alternano alle macchine ed ai passanti che attraversano le strisce pedonali. Sembrano tutti più sorridenti, forse finalmente sta arrivando. Si, sta arrivando, silenziosamente sta arrivando. Respiriamo a pieni polmoni signore e signori, prendiamoci per mano e accompagniamoci, scegliamoci, viviamoci.

Si, sta arrivando e le cose che nascono in primavera sono sempre le migliori.

 

Daniele Gareri

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sole, storie

Il caffè del lunedì mattina

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Il caffè del lunedì mattina è il più buono della settimana.

Amaro, forte, deciso. Uno schiaffo per riprenderti dal weekend, uno schiaffo che ti riapre gli occhi, che ti rimette in carreggiata, uno schiaffo che ti ricorda chi sei e che non hai bisogno di scuse, tu. Ed il caffè del lunedì mattina è servito, un po’ troppo caldo – aspetto un secondo – ma lo bevo d’un sorso. In tazzina piccola, dal bordo spesso e arrotondato, nero, con una leggera schiuma marrone.

Mi guardo intorno, quell’uomo sorride alla sua amata e le porge il braccio aiutandola a rialzarsi: passeggeranno insieme per tutto il giorno, sono in pensione, cercano una distrazione. Una mamma con i suoi bambini è in ritardo, corre indaffarata verso scuola, la campanella sta per suonare, la settimana è iniziata. Bevono il loro caffè in fretta consumando una colazione veloce, anche l’elettricista e il dottore.

Corre veloce il tempo, ed il caffè del mattino è una costante. Senti il suo aroma nei sorrisi della persona che ami, nel pane con la marmellata, nei biscotti, nel tepore di una casa che ti accoglie. Il caffè del lunedì mattina che scaccia ogni fantasma, ti fa dimenticare le cose brutte, le scelte sbagliate, i momenti falsi, finti, ipocriti. Un antidoto contro il cattivo umore e l’emicrania cronica di cui soffro. Un minuto solo, basta un minuto per sorridere, il caffè del lunedì mattina ha questo potere.

Ed oggi è più buono che mai.

 

D.G.

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libertà, musica, new york, storie, suoni

Swing Baby, Swing!

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Una, due, tre, quattro e così via. Sempre più forte, come se calcassi con quella penna consumata, una, due, tre, quattro. Apro alla vita – prego si accomodi, non è ancora finita- le finestre spalancate, le porte buttate giù con un calcio, la luce.

[Ti spiego, ho un dolore al petto, l’emotività mi frega ma questo te lo avevo già detto davanti a quel caffè che per una volta non ho preso corretto. Meriti un sorriso, e se ti tocchi le mani, io un po’ capisco. Mi racconti che ci sono strade che si incrociano, io ho la macchina che corre veloce, andiamo.

-ma dove?

-lontano

Stai sorridendo, non hai paura, accelero. E’ il tuo profumo questo. Il locale è affollato, c’è gente, la musica è buona. Stanno suonando dal vivo e ballano là, nell’angolo. Prendi coraggio, mi segui. Mi prendi per mano, ti seguo. Capelli lunghi, scuri, schiena dritta, fianchi morbidi. Sorridi e ti giri, e poi ancora, sorridi. Balli davanti a me, mi muovo, bevo d’un fiato il mio gin tonic: è forte. Ridi. Sei bella. Il ritmo si alza, balliamo, ti avvicini e poi ti allontani, balli – è swing baby – ed io sbottono la camicia il primo bottone mi sta soffocando, allento la cravatta e tu la prendi portandomi a te: siamo ad un centimetro, vis à vis, il profumo è fortissimo, le tue labbra lucide, sorrido, avvicino la mia bocca, ti giri, te ne vai, ti allontani, corri nella mischia, salti, il vestito ti segue, svolazza.

-ehi dove scappi!

-Meritatelo.

Mi aggiusto i capelli, sistemo la camicia, metto una mano in tasca, sguardo inebriato, il cameriere mi allunga un drink di nuovo, giù d’un fiato, brucia. Mi muovo sciolto –cosa fa quel tipo, si sta avvicinando un po’ troppo a te– ti prendo dal fianco – stasera sarai mia – una giravolta e poi un’altra, e poi un’altra ancora, ora segui tu il mio ritmo, una, due, tre, quattro. Ed ora siamo soli in pista, ci guardano, scivoliamo veloci, il trombettista soffia più forte, il bassista scandisce il tempo, il saxofonista si mette in proprio.. ed è il delirio.

-Oh cara, dove sei stata tutto questo tempo?

Mi stringi le mani, caldo, freddo, sguardi che si incrociano e si parlano, intesa. Ti avvicini a me, sento il tuo respiro, in affanno, in difficoltà, lo sento sul mio collo, sei vicina.

Sudati, attorcigliati, mani che stringono mani, corpi che si uniscono abbracciandosi dolcemente e poi più forte, diventando uno solo, gambe che si toccano, labbra che si sfiorano, e cosi, sempre di più.

Continuiamo, una, due, tre, quattro..]

New York 1927, suona Duke Ellington al Savoy Ballroom e Connie’s Inn.

 

Daniele Gareri

 

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pensieri, storie, tempo, vita

Ciao caro amico

Te ne sei andato di lunedì pomeriggio che in fondo, è un giorno proprio noioso.

Ci siamo salutati sabato e, tra le solite frasi di circostanza che si dicono in questi casi, eri consapevole di ciò che stava per accadere. Ho pensato tutto il fine settimana proprio a questo: come ci si sente a sapere che fra poco la morte verrà a prenderti e affrontarla in modo così lucido. Ci siamo commossi in tre sabato: tre uomini che hanno condiviso per un po’ di tempo la bellezza della vita. Io e Marcello da te abbiamo imparato molto. Ci hai dato preziosi consigli, ma anche sonore strigliate, ed hai fatto bene. Ci hai messo in guardia dall’ipocrisia di un mondo che ti assapora, ti mastica e poi ti sputa alla velocità della luce. Ci hai ricordato quanto sia importante il bene comune, il rispetto per il prossimo e soprattutto, il non arrendersi mai.

Perché personalmente quello che mi lasci è l’idea di come fino ad 84 anni si possa continuare a credere in un mondo migliore, con lucidità e concretezza. Eri un’idealista sì, ma con i piedi per terra. Uno di quelli che se non era d’accordo aveva comunque un’alternativa; di una cultura sopraffina. Conserverò per sempre gli scritti che mi hai donato. A proposito di questo, hai voluto in copia cartacea tutti i miei pensieri di questo blog ed alcuni ti sono piaciuti tanto. Ne sarò sempre orgoglioso. Avevamo passioni in comune che ci permettevano di confrontarci in bei discorsi: libri, politica, viaggi. Ti ascoltavo volentieri quando mi raccontavi dei tuoi inverni in montagna, ed anche quando da piccolo cercavi di sopravvivere alla fame in tempi di guerra.

Discorsi diversi raccontati sempre con il sorriso sulle labbra.

Spesso il tuo pensiero era più attuale del mio ed ho capito finalmente il significato della parola “progressista”. Eri un progressista vero. E questa caro Gianni, credo sia una virtù molto importante oggi. Mi mancherà vederti sotto al portico con il giornale ed un libro, la sciarpa colorata ed il cappotto cucito a mano. Mi mancheranno le nostre strette di mano, gli incoraggiamenti che mi davi sul continuare a scrivere, e le battute sulle belle donne.

Ma oggi sono triste. Sono triste perché il tempo passa e si porta via la tua generazione, una generazione da cui continuiamo a non imparare nulla.

Ti ricorderemo per sempre Gianni, un saluto discreto ma deciso. Come te. 

 

Daniele Gareri

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paesaggi, Senza categoria, storie, tempo

Un giorno buono

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Il mare stasera sembra parlare.

In sottofondo note dolci accompagnano i passanti che questa sera sono arrivati in massa dai paesi limitrofi: ci sono davvero tutti sul lungomare. A largo le luci delle barche brillano intermittenti, mentre alcuni bambini scorrazzano per il corso calciando un super santos arancione ed abilmente dribblano i passeggini puntando di gran carriera le bimbe che si sono fatte belle per la serata. I baracchini ai bordi delle strade vendono arancini e pizzette, mentre i ragazzi in camicia affondando i denti in quei tranci bollenti, guardando affamati le ragazze che sono ormai donne. Facendo molta attenzione al pomodoro che cola, i ragazzi si scambiano qualche occhiata decidendo silenziosamente chi sarà colui che si prenderà la più bella. La ragazza indossa un vestito giallo pastello, ha un bel sorriso, i lineamenti morbidi, e non passa certo inosservata, complice una perfetta abbronzatura di metà agosto. Si fa avanti un ragazzo riccioluto, moro, alto e dallo sguardo sicuro. Le sussurra qualcosa all’orecchio prendendola per mano. S’incamminano lentamente. La serata passa cosi, tra un sorriso, una carezza, ed un bacio rubato sotto le stelle. Si rivedranno forse su quel lungomare l’indomani sera, lui dovrà conquistarla. L’anziana signora li osserva per un attimo, seduta sulla sua sedia di legno, sta lavorando a maglia. E’ il suo unico passatempo. Di tanto in tanto alza la testa sul via vai davanti a casa ricordando il passato. Anche lei aveva conosciuto il marito su quel lungomare che a distanza di anni è pressoché lo stesso. Lo amava, ma è morto giovane, per questo porta ancora quel vestito nero. Ora al centro della piazza c’è un palco ed un gruppo si sta esibendo con suonate tradizionali che fanno ballare i presenti. I più piccoli imitano i genitori che si concedono un po’ di divertimento. Intanto le onde del mare s’infrangono sugli scogli bagnando quei lampioni. A mezzanotte alcuni pescherecci escono lentamente dal porto, sarà l’ennesima notte di pesca a largo. Ritorneranno alle prime luci dell’alba con casse piene di pescato e venderanno tutto al mercato coperto. Si spera. Per questo quel vecchio pescatore ha tra le mani un rosario, e facendolo scorrere tre le dita, prega sperando possa essere un giorno buono.

[Ricordi di una terra lontana]

Daniele Gareri

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storie, vita

4 gennaio 2036

lettera


Ciao Leonardo,

Ti scrivo perché ormai sei grande e ci sono alcune cose che sento di dirti, forse per nostalgia o forse per assicurarmi che tu abbia capito l’importanza di certe persone che hanno voluto il tuo bene e che hanno lavorato dietro le quinte per far si che tu diventassi ciò che sei ora. Cose come un lavoro sicuro, degli amici che ti cercano, una famiglia che ti vuole bene, le dovresti coltivare sempre, come quelle piantine che tua nonna innaffiava in giardino. Guardale quelle foto che ti ho lasciato, io e tua nonna sorridevamo spensierati in un pomeriggio d’agosto mentre lei leggeva il cacciatore di aquiloni. Uno dei suoi preferiti. E tuo nonno? Te lo ricordi? Quando da piccolo ti portava in giro per il paese e facevate colazione assieme? Aveva le mani pieni di calli e lavorava sempre, ci ha aiutati a fare questa piccola casa. Sei cresciuto figliolo, ma sono sicuro che ricorderai tutto.

E tua madre, la vedi quant’è bella seduta su quella sedia a dondolo mentre legge il giornale? Guardala bene ragazzo mio, perché le mamme sono speciali. Amala, amala sempre, ti ha cresciuto, ti ha sostenuto, ha voluto per te il meglio, ti ha fatto studiare ed ha fatto studiare anche me. Guarda i suoi occhi verdi, che poi sono anche i tuoi, quanto brillano tutte le volte che alza lo sguardo verso di noi, e ammira il suo sorriso, perchè di così belli non ne vedrai mai più. Ed io, che ti sto scrivendo, ho cercato di essere sempre un buon padre, ma solo tu puoi dire se ci sono riuscito, solo tu puoi dire se io e la mamma siamo stati buoni genitori. Ti posso garantire che ci abbiamo messo tutto il cuore e l’anima, senza riserve. Abbiamo litigato, ci siamo scontrati, abbiamo pianto, e poi abbiamo fatto la pace. Essere genitore non è semplice e l’ho capito col tempo, me lo dicevano tutti. Ho provato a trasmetterti le mie conoscenze che purtroppo non sono tante, ed ho puntato di più sulle esperienze: da uomo a uomo quelle passeggiate lungo il fiume spero ti siano servite, te le ricordi? Ti dicevo che è un mondo duro, selvaggio, un po’ come il vecchio west che ci piaceva tanto. Ti dicevo di trattare bene le persone, di non giocare con i sentimenti, e sono sicuro che col tempo tu abbia capito di cosa parlavo. Non potevo darti tanto, ma ti ho dato tutto.

Ti ho lasciato il mio più grande tesoro: la libreria piena. In alcuni di quei libri hai trovato appunti, emozioni, sensazioni, punti di vista, dubbi, domande. Prendevo nota di ogni cosa, cercandone poi il significato. Ero curioso e la curiosità è stata la forza che mi ha contraddistinto sempre, anche quando nessuno credeva in me. Conta sempre e solo sulle tue forze, sempre e solo sulle tue forze. Allenati mentalmente e fisicamente, continua a fare sport e coltivare le tue passioni, divertiti, impara, vivi. Ci saranno giorni in cui sarà difficile andare avanti, ma quei giorni passeranno. Circondati di persone positive, regala sorrisi e vedrai quanti te ne ritorneranno indietro. Mantieni la parola data e fatti rispettare, non c’è bisogno di usare la forza, bastano le parole giuste, al momento giusto, ma pesale sempre, perché possono fare molto male. Stai crescendo giorno dopo giorno, sei sveglio ed arguto, ma non ti compiacere troppo con te stesso, se lo farai, quello sarà l’inizio del tuo declino. Sposati, o accompagnati, ma non rimanere solo, almeno, non per tutta la vita. Io e tua mamma tra mille difficoltà siamo ancora qui e prima di noi, i nostri genitori, tuoi nonni. Se c’è una cosa che ho capito fino ad ora, è che l’unione è davvero una cosa bellissima. E te lo dice un lupo selvatico come me, che rigettava ogni legame col prossimo. Ma siamo qui, e ci sei tu che sei la nostra più grande gioia.

Cammina sempre a testa alta e ascoltaci nonostante a volte risulteremo pesanti, siamo stati figli, prima che genitori e nonni.

Noi ci saremo.

Papà, Mamma.


[Lettera di un padre al proprio figlio.]

Daniele Gareri

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napoli, notte, sole, storie, tempo, vita

Sprazzi di Napoli a settembre.

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San Gennaro è alle porte, il miracolo sta per avvenire.

Appoggiati ad un muro ci guardiamo, raccontandoci storie, ricordi, sfighe. Quante cose in comune tra le vite che si intrecciano nell’affollatissima via dei Tribunali. Ecco la magia di Napoli, tra una pizza e due risate, camminiamo fino a piazza Bellini. Ragazzi forestieri nella città del Cristo Velato che questo sabato sera è gremita di gente, si guardano intorno: siamo noi, da Bolzano, Bologna, Imola, Novellara.

Ci sentiamo a casa in questo labirinto di vicoli, con i musicisti di strada, il profumo di legna bruciata, e gli arancini appena sfornati. Intanto ci sono due vecchi sposi seduti davanti a casa su due piccole sedie di legno: guardano il via vai di gente sorridendo. Salutiamo e rispondono cortesemente. Chissà a cosa pensano, al tempo passato forse e alla Napoli della loro giovinezza, dei baci strappati sul lungo mare Caracciolo, o delle brutture di una città a tratti violenta. Passiamo avanti, mentre allunghiamo il passo e ci fermiamo a bere qualcosa. Stiamo bene.

Inizia a piovere, e corriamo tra i vicoli facendo attenzione a non scivolare sul ciottolato. Ma non abbiamo voglia di tornare a casa stasera. Troviamo un chiostro e ci sediamo davanti ad un portone, compriamo alcune birre in bottiglie e ci raccontiamo le nostre vite. Il sottofondo di tuoni e lampi non ci fa paura ora, intanto ci accendiamo una sigaretta. E’ un bel pacchetto quello.

Domenica mattina in piazza del Plebiscito il cielo è terso, ed il mare sullo sfondo ci guarda. Osserviamo il Vesuvio in una domenica mattina di settembre, siamo vivi e il luccichio del sole sul mare ce lo ricorda. Ci dirigiamo verso i quartieri spagnoli poi, con i panni stesi fuori, i motorini parcheggiati ed i santini agli angoli delle strade. Alcuni pescivendoli stanno sistemando la merce rimasta, mentre un gruppo di bambini gioca a pallone contro un muro. Il murales di Maradona regna sui quartieri con fierezza anche se al posto della faccia c’è una tapparella.

Ritornerò ed è l’unica promessa che posso fare, ci sono legami che non si spezzano mai.

 

Sprazzi di Napoli a settembre.

 

[Ecco l’articolo ufficiale:

http://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/camorra-libera-scampia-mafia-napoli-1.1327693 ]

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cambiamento, storie, vita

Il cuore se ne frega

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Avevo un cuore ma ho smesso di usarlo. 

Ho smesso di usare il cuore un giorno d’estate di qualche anno fa, aveva sofferto fin troppo e non ne voleva sapere di ripartire. La razionalità aveva preso il sopravvento su di me, come fanno gli animali affamati sulle povere prede indifese. Una razionalità inquadrata, fredda, grigia. Non era una situazione del tutto sgradevole, aveva i suoi pregi: la diffidenza e l’incapacità di creare legami mi faceva sentire libero. Disincantato procedevo in una direzione nuova, quella del mio rinnovamento. Da quel giorno di fine giugno erano cambiate tante cose ed il susseguirsi di nuove esperienze mi avevano portato beneficio ed un miglioramento inaspettato. Non vivevo più di emozioni che erano diventate debolezze e non sentivo nessun bisogno di cambiare una situazione che all’apparenza pareva ottimale.

La quadratura del cerchio sembrava essere avvenuta, ogni tassello s’era incastrato al posto giusto, ed i programmi prefissati erano stati rispettati. Tutto vero, tutto bello. A seguire ci sono state gioie, soddisfazioni, gratificazioni, ma qualcosa ancora non tornava: dov’era finito il mio cuore? Che fine aveva fatto? Preso com’ero dal ritmo frenetico avevo smesso di usarlo e senza volerlo mi mimetizzavo tra la massa, come sui marciapiedi di New York ad orario di punta. Quindi mancava qualcosa, lo sentivo.

Avevo bisogno di sputare il rospo, quello che mi preoccupava però, erano le dimensioni del rospo. Forse, la paura di far cadere un castello creato con cura e con sacrificio era più forte ed allora volevo continuare ad essere razionale e preciso. Il più possibile, per non perdermi, per non distrarmi.

Ma, il cuore se ne frega.

Ma il cuore si stanca di essere trascurato, di svolgere solo quel lavoro per cui è nato. Vuole di più. A volte il cuore reagisce e si riprende ciò che per diversi anni è rimasto sepolto tra i meandri dell’anima. Il cuore è un combattente, un leone, un guerriero. Il cuore se ne frega della mente e della ragione. Il cuore è strafottente, ed ora sento che questo cuore un po’ malconcio si stia lentamente riprendendo i propri spazi e stia ridando un impulso nuovo a questa esistenza.

E chi lo ferma più.

Il cuore se ne frega.

Daniele Gareri

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libertà, storie, vita

Il giorno prima

25aprile

C’è fermento nella piazza.

Il vento soffia sulle bandiere, tutte in fila, là in alto come a dire: LIBERI.

Alcuni signori si ritrovano sotto al portico. Uno di loro mi racconta i giorni appena prima la liberazione, il 23 Aprile 1945. Lo fa con gli occhi lucidi a distanza di 70 anni: “arrivavo dal Borgazzo, per raggiungere la piazza, passando attraverso via Veneto. Una camionetta di tedeschi procedeva verso la Rocca, ma ad un certo punto fece dietro front e si diresse verso la stazione, scomparendo dalla nostra vista. Sentimmo degli spari -una raffica di mitra- e i tedeschi non c’erano più.”

Esultarono, mi ricorda questo amabile signore di 83 anni. Esultarono perché forse erano finiti i soprusi, le vessazioni, le violenze, la povertà e tutte le ingiustizie che la maledetta guerra porta in dote. Ma la fine non era ancora ufficiale.

Lo fu per tutti due giorni dopo, il 25 Aprile del 1945. Lo fu per il mio piccolo paese e per tutta la nazione. L’Italia era finalmente libera grazie a chi aveva combattuto fino alla fine, fino alla morte, grazie a chi aveva resistito, a chi non si era piegato, a chi aveva subito in silenzio.

Stasera mentre scrivo, c’è un buon profumo nell’aria. Quel buon profumo di primavera e di festa, domani è un grande giorno.

[il giorno prima]

 

Daniele Gareri

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