cambiamento, storie, vita

Il cuore se ne frega

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Avevo un cuore ma ho smesso di usarlo. 

Ho smesso di usare il cuore un giorno d’estate di qualche anno fa, aveva sofferto fin troppo e non ne voleva sapere di ripartire. La razionalità aveva preso il sopravvento su di me, come fanno gli animali affamati sulle povere prede indifese. Una razionalità inquadrata, fredda, grigia. Non era una situazione del tutto sgradevole, aveva i suoi pregi: la diffidenza e l’incapacità di creare legami mi faceva sentire libero. Disincantato procedevo in una direzione nuova, quella del mio rinnovamento. Da quel giorno di fine giugno erano cambiate tante cose ed il susseguirsi di nuove esperienze mi avevano portato beneficio ed un miglioramento inaspettato. Non vivevo più di emozioni che erano diventate debolezze e non sentivo nessun bisogno di cambiare una situazione che all’apparenza pareva ottimale.

La quadratura del cerchio sembrava essere avvenuta, ogni tassello s’era incastrato al posto giusto, ed i programmi prefissati erano stati rispettati. Tutto vero, tutto bello. A seguire ci sono state gioie, soddisfazioni, gratificazioni, ma qualcosa ancora non tornava: dov’era finito il mio cuore? Che fine aveva fatto? Preso com’ero dal ritmo frenetico avevo smesso di usarlo e senza volerlo mi mimetizzavo tra la massa, come sui marciapiedi di New York ad orario di punta. Quindi mancava qualcosa, lo sentivo.

Avevo bisogno di sputare il rospo, quello che mi preoccupava però, erano le dimensioni del rospo. Forse, la paura di far cadere un castello creato con cura e con sacrificio era più forte ed allora volevo continuare ad essere razionale e preciso. Il più possibile, per non perdermi, per non distrarmi.

Ma, il cuore se ne frega.

Ma il cuore si stanca di essere trascurato, di svolgere solo quel lavoro per cui è nato. Vuole di più. A volte il cuore reagisce e si riprende ciò che per diversi anni è rimasto sepolto tra i meandri dell’anima. Il cuore è un combattente, un leone, un guerriero. Il cuore se ne frega della mente e della ragione. Il cuore è strafottente, ed ora sento che questo cuore un po’ malconcio si stia lentamente riprendendo i propri spazi e stia ridando un impulso nuovo a questa esistenza.

E chi lo ferma più.

Il cuore se ne frega.

Daniele Gareri

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Il Tamarro. (dov’è finito?)

Volevo scrivere qualcosa sulla pace, sulle questioni internazionali, sull’attuale degrado sociale, politico, economico e morale.

Ma alla fine niente di tutto questo. Il Tamarro ha vinto ancora.

Chi è?Cosa fa?Perchè esiste? Queste sono solo alcune domande che ci poniamo alla vista di un Tamarro (lo chiameremo T2 d’ora in poi, da non confondere con P2 che è un’altra cosa, forse anch’essa tamarra). In ogni caso nel corso degli anni la figura del t2 si è evoluta moltissimo. Io stesso, originario del sud d’Italia, ho notato questo cambiamento. Il t2 originale, viaggia in auto debitamente “tabarrata” con minigonne, assetto ribassato, spoiler esagerati, neon, e impianti hi-fi ultra potenti. I più audaci sfoggiano improbabili adesivi sulla carrozzeria e copri volanti acquistati in qualche autogrill sull’ A14.

Negli anni post boom economico il tamarro di prima generazione è comunque riuscito a sistemarsi e soprattutto ha comprato l’Alfa Romeo, prima vettura orgogliosamente italica prestante a diverse modifiche non da libretto di circolazione. Nei delicati anni di piombo italiani, il tamarro sfreccia beato tra le strade di periferia e di rosso ha solo la sua alfasud. Ignaro di ciò che accade attorno a lui, inizia a sfoggiare luccicanti catenelle d’oro con annesso crocifisso lavorato a mano del peso di chilogrammi cinque, canottiera bianca e pelo selvaggio incontrollato. Capello lungo, se liscio imbrillantinato all’indietro, se riccio imbrillantinato lo stesso. Il tamarro si pone in modo cafone, volgare, fa rumore, gesticola tantissimo, ascolta Nino D’Angelo, Mario Merola e tutta la musica neomelodica napoletana ma è anche un grande innovatore e progressista, infatti tra le sue cassette non mancano i primi successi di discodance provenienti da oltre oceano e sviluppa nuovi approcci verso il gentil sesso.

Ma la consacrazione definitiva avviene più tardi nel 1977 anno d’uscita del film: “La febbre del sabato sera”. Un grandissimi Jhon Travolta sbaraglia la concorrenza a passi di danza, reinventando il modo di camminare, parlare, gesticolare, ammiccare ed il modello “Tamarro” spopola nel Bel Paese come nel resto del mondo. Uno dei primi esempi di globalizzazione pare. Intanto piccoli tamarrini crescono sulle orme dei padri ed arriviamo presto agli anni 80 accompagnati ora da sintetizzatori e tute in acrilico, biglietto da visita del vero t2.

Negli anni 80 però, l’egemonia incontrastata del tamarro si interrompe bruscamente: nascono i Paninari.

Milano, anni 80. Dapprima nelle piazze più importanti della città per poi espandersi in tutta Italia, il paninaro è colui che fa del consumismo il suo credo e della griffe la sua unica ragione di vita. Il paninaro economicamente agiato, veste armani, monclair, cavalli e si contrappone di fatto al tamarro che prova si ad imitarlo, ma non ci riesce. Al paninaro (come al tamarro) non interessa nulla di ciò che accade attorno a lui. Il paninaro si ritrova nei primi fast food e prende il nome dai panini appunto. Grazie ad un successo dei pet shop boys il modello paninaro viene esportato all’estero.

Qui il video:

Tra Paninari e Tamarri nasce una rivalità che si protrarrà nel tempo senza esclusioni di colpi.

Queste due “filosofie di vita” accompagneranno il mondo giovanile anche negli anni novanta periodo di cui il sottoscritto vorrebbe scrivere qualcosa in più, ma davvero non ci riesce. A parte le fiere ecco. Le fiere di paese e le giostre questo conosce degli anni 90 e poco altro escluso qualche gruppo musicale grunge, i mondiali persi in Brasile e qualche serie televisiva come “Beverly Hills 90210” e “Willy, il principe di Bel Air”. Comunque, t2 prova a rinascere con le fiere di paese nel suo habitat naturale: il “pungiball” (vi giuro è scritto cosi) e la canottiera ritorna (o forse non se n’è mai andata) di gran carriera a calcare la scena. Il tamarro ora oltre ai muscoli oliati ed al culto della forma fisica sfodera vistosi tatuaggi, acconciature alla porco spino e occhiali da sole arancioni, blu, rossi, gialli, ma soprattutto tenetevi forte, le ZEPPE. La zeppa come calzatura estrema del tamarro, da combattimento, la versione hard per intenderci ed il tamarro si trasforma cosi in Truzzo.

Il truzzo è un tamarro agguerrito che vuole annientare il paninaro che nel frattempo si è evoluto in fighetto. Intanto anche la musica cambia, la house music comincia ad uscire dalla nicchia e la commerciale spopola nelle discoteche italiane. Gli Eiffel 65, Gigi D’Agostino e simili, ringraziano e producono pezzi tutt’ora riproposti da dj nostalgici e amanti del Trash. Arriviamo cosi ai primi del 2000.

La battaglia continua: il fighetto è diventato fighettino, il tamarro sempre più tamarro (e truzzo)grazie anche a fenomeni cinematografici come “Fast and Furious” che riporta alla ribalta il “tuning” ovvero le modifiche estreme alle automobili. Ma ora tra le sue fila non comprende più solo giovani meridionali di seconda o terza generazione, ma anche ragazzi stranieri. Nord africani, pakistani, rumeni, albanesi ed il “movimento tamarro” diventa uno dei primi movimenti multiculturali del nuovo millennio. Il fighetto invece (che usa la mercedes e la bmw del papi), molto selettivo, inquadra il tamarro nella cerchia degli “sfigati” e questo sarà motivo di scontri a suon di…balli in discoteca.

Nell’evoluzione dei tempi arriviamo velocemente ai giorni nostri. Il tamarro moderato ed il fighetto si uniscono seguendo un corso degli eventi confuso, dove non esistono più nemmeno questi due “gloriosi” modi di essere. Il tamarro duro e puro non esiste più, a parte qualche eccezione che si nasconde in qualche paese della bassa mantovana, o del sud d’Italia. Il VERO tamarro quello che si pettinava il ciuffo all’ingiù e il resto dei capelli sparato in alto, quello con con la canottiera, il brillantino all’orecchio e la camminata da guappo, non c’è più. Potreste vedere in giro qualche scarsa imitazione ma non sarà mai come l’originale. Il tamarro 2.0 è diventato un fighetto, ed il fighetto è diventato un po’ tamarro. La “battaglia” si è spostata sui social tra i “like” di facebook, i “retweet” di Twitter, e i “selfie” di instagram.

Ma i principi sono rimasti gli stessi: apparire in tutto e per tutto, culto della forma fisica, muscoli in tiro sempre e griffe in primo piano.

No, i contenuti come sempre non sono importanti se hai un buon smartphone che fa belle foto.

 

Daniele Gareri

 

 

[ogni riferimento NON é puramente casuale]

 

 

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Il Temporale

Ecco il temporale.

Forte, intenso, rumoroso. Arriva così all’improvviso che molte volte non hai nemmeno il tempo di prepararti psicologicamente. Vedi qualche lampo, senti un leggero venticello che si alza, e poi all’improvviso eccolo che ti travolge. Nel giro di qualche secondo quei nuvoloni neri che vedevi in lontananza sono proprio lì, sopra di te, pronti a scaricarti addosso tanta di quell’acqua che nemmeno immagini.

La rabbia dei temporali mi ha sempre incuriosito. Sembra quasi che ce l’abbiano con qualcuno e che debbano assolutamente sfogarsi travolgendo tutto. Tu però che sei lì, nel bel mezzo della bufera lo cerchi un riparo ma non è detto che riesca a trovarlo perchè acqua e vento insieme alzano un muro che ti impedisce di vedere e quindi ti ritrovi a girovagare alla cieca senza sapere cosa fare, senza avere una collocazione, senza dare un senso alla tua vita.

Il temporale non dura tantissimo: qualche minuto poi passa. Ritornerà ma solo dopo. In ogni caso non puoi permetterti di fermarti, hai tante cose da fare, tante domande a cui rispondere, tante cose da riordinare. Un temporale cosi quando arriva spazza via tutto sia i panni che avevi steso che le tue belle certezze coltivate per anni. Un temporale cosi ti prende a schiaffi sul più bello facendoti notare che sei piccolo piccolo al cospetto di madre natura o del firmamento, se ci credi. Dovrai comunque prendere atto che ti impedirà di continuare su quella strada e ti renderà le cose molto difficili quindi dovrai avere una grande forza di volontà per sistemare tutto, asciugarti e ricominciare senza perdere tempo.

Ma dimmi, quanti temporali hai passato fino ad ora?

Forse tanti, e non ti sei mai arreso.

 

Daniele Gareri

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Cara Nonna.

Una notte di dicembre hai deciso che era venuto il momento di andare.

Non è stato un fulmine a ciel sereno, non è stata una cosa inaspettata, hai deciso di andare e cosi sia. Ma lasciami dire una cosa: hai combattuto come sempre fino alla fine. Donna forte, piena di vita, dallo sguardo severo ma tremendamente dolce, questo eri. A noi nipoti ci raccontavano di quanti sacrifici hai fatto per allevare una famiglia cosi grande e numerosa, da sola, perchè tuo marito era morto giovane. Ci hanno spiegato il perchè del vestito nero, del cucco in testa, e di tutte quelle cose che non capivamo. La nonnina tutta speciale. La nonnina che si alzava alle cinque del mattino e “andava a fare l’acqua” cosi si diceva dalle nostre parti, quando andavi a prendere l’acqua e subito dopo la messa delle sei, poi la spesa e tutte le faccende di casa. La nonnina dal bel sorriso che tutte le volte che ci vedeva si commuoveva e ci vedevamo poco, molto poco. Una o due volte l’anno, a meno che non ci fossero occasioni importanti come battesimi o matrimoni, in quel caso venivi a trovarci, ma dopo qualche giorno non vedevi l’ora di tornare nella tua terra, la nebbia dicevi, “non è cosa per me” e come darti torto. Quando te ne andavi ci lasciavi qualche soldino, soprattutto sotto Natale.

Ora i miei pensieri sono un po confusi, ma ricordo bene alcune cose. Per esempio l’estate. L’estate era il periodo in cui stavamo più tempo insieme. Giocavamo davanti a casa tua, con il pallone, un super santos arancione insieme ai bambini delle case di fianco, ed era bellissimo perchè tu te ne stavi seduta su uno sgabello piccolissimo, ed era la tua sedia personale, ti mettevi fuori dalla porta, ci guardavi e intanto facevi l’uncinetto. Noi giocavamo ed eravamo felici in un quadretto perfetto di cui ho un forte ricordo. Quando finivamo di giocare, ci chiamavi a cena e facevi tantissime squisitezze da mangiare ma una in particolare ci faceva impazzire: le tue polpette. Credo fossero la cosa più buona e più imitata in assoluto, ma le tue, erano divine. E ti faceva molto piacere quando te lo dicevamo anche se non eri una donna abituata a troppe parole, ne a troppi complimenti, ne a troppi fronzoli, eri forte e risoluta e ci riprendevi quando ci lamentavamo sempre, ricordandoci di quanto eravamo fortunati. Tutte cose a cui non davamo assolutamente peso una volta. Quindi, il mese di Agosto era un mese bello cosi, quando insistevamo il 15 ferragosto e ti portavamo al mare ma tu non volevi mai venire, però lo facevi per noi, e noi eravamo contenti. Poi quando era ora di ritornare a casa, partivamo sempre all’alba e tu ti svegliavi alla solita ora, facevi i soliti giri e inoltre ci aiutavi a caricare la macchina, perchè con le mani in mano non ci sapevi proprio stare, e li ci stringevi, ci abbracciavi, ci dicevi di mangiare e ci davi un grosso bacio facendoci promettere di chiamare presto, e noi piccoli com’eravamo c’è ne andavamo con un pò di tristezza nel cuore, ma non capivamo mai perchè la mamma piangeva tutte le volte come un’aquila. Solo crescendo abbiamo realizzato quanto una figlia o un figlio possano soffrire ad avere i genitori a mille chilometri di distanza.

Dopo l’estate le occasioni nel rivederti erano le vacanze natalizie, ma non sempre riuscivamo a convincerti di venire su da noi, ma quando ci riuscivamo era una festa. Giocavi con il nostro cagnone, che da piccolino ti tirava il grembiule e ti divertivi anche tu. Quando andavi dalla Carla e Vittorino (i nostri vicini di casa) mi divertivo io invece, nel vedervi comunicare in un misto tra dialetto emiliano, calabrese, e italiano, ed era stupendo perchè raccontavate le stesse cose da due punti di vista differenti, e mi parlavate della fame, della povertà della carestia e di tutte quelle cose che le vostre generazioni hanno passato, come la guerra per esempio. Io vi ascoltavo e vi avrei ascoltato per ore. Sentire come la resistenza resisteva in mezzo alla campagna e come lo faceva in mezzo alle colline calabresi, o come ci si arrangiava quando mancava il pane e si doveva sfamare una famiglia intera. O mi raccontavate di quante persone morivano tutti i giorni per permettere alle generazioni successive di vivere una vita libera, libera davvero, voi che una dittatura l’avete vissuta. Erano interessanti i vostri dibattiti, a parte la lingua da interpretare, ma era bello vedere quante cose in comune avevate. Quando andavamo a trovare tutti gli altri nostri parenti invece, facevamo delle splendide cene tutti insieme in taverna, c’eravamo proprio tutti, ed eravamo in tantissimi. Ognuno faceva qualcosa da mangiare, c’è chi portava il primo, chi il secondo, chi il dolce, era una sagra più che altro. E tu, che volevi sempre renderti utile, ti prodigavi nella preparazione di contorni perchè erano le uniche cose che restavano da fare. Dopo mangiato, e questo non me lo scorderò proprio mai, ti mettevi di fianco al camino e ci guardavi con gli occhi lucidi e pieni d’emozione, orgogliosa di tutti noi, e sospirando sorridevi.

Ti voglio ricordare cosi. L’unica cosa che posso fare e scriverti, ciao Nonna ti voglio bene.

Daniele Gareri

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Nel frattempo, tutto scorre.

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Non si ferma in mezzo alla nebbia, segue il suo istinto in quella giungla senza luci, accetta nuove sfide, ne abbandona altre, ogni giorno è un cambiamento ed ogni volta si arricchisce, curioso, come quei bambini che chiedono sempre: Perchè?

Risposte c’è ne sono poche, poche come i consensi, di quelli ne ha sempre fatto a meno, testardo ed un pò dispiaciuto quando riguarda quel borsone ormai vuoto, dinamiche inspiegabili, brezze emotive leggere, pensa con la mente ma agisce con il cuore, segue un sogno, un ideale, quello che un calda notte d’estate il nonno gli confidò, piccolo com’era, già pensava in grande. Mai solo, ma a volte c’è bisogno di quella solitudine autunnale, tra la stanchezza e le ossa rotte dopo il lavoro, il freddo, le mani screpolate, gli occhi stanchi e le guance rosse, guarda suo padre e pensa di volere almeno un quarto del suo carattere.

Non si arrende, osserva in silenzio, studia questa gente e trae conclusioni mentre il tempo passa e lui raggiunge gli obbiettivi cercando di alzare l’asticella e se non ci riesce pazienza, ci ha provato, in mezzo alla nebbia in questa giungla senza luci. Suoni lontani e ricordi sfocati alimentano il bagaglio di belle esperienze contribuendo a far risplendere quel sorriso mai scalfito nemmeno nelle peggiori situazioni, nelle cadute, nelle baraonde emotive. E ci beve su, nei venerdì sera al bancone del bar dove i fumi dell’alcol si trasformano in fiumi di alcol, gli amici fanno baldoria e la musica accompagna discorsi un pò affannati, progetti futuri, donne, sport, vita.  Osserva e prende appunti sul suo taccuino completamente assorto nel desiderio di descrivere quello che accade attorno a lui, un giorno lo rileggerà e sorriderà, è il suo desiderio, mentre sorseggia quella birra.

Ammira quel musicista che suona veloce la sua chitarra, e quel dj che mette su quei fantastici dischi, il pittore che dipinge con colori accesi e accattivanti, il fotografo che sta immortalando un momento memorabile, il poeta che decanta le sue strofe ed il cantante che le urla al mondo facendole sue, lui li osserva e li ammira creativi fino al midollo, sinceri e tremendamente veri, mentre comunicano col cuore, su quelle frequenze il messaggio viene decodificato, lui guarda, sorride e continua a combattere.

Nel bel mezzo della nebbia, nelle sfide di tutti i giorni, nella giungla buia, mentre fuori piove e poi esce il sole, insistere nelle giornate fredde, continuare per la propria strada, battere forte il colpo, mentre questa società si scioglie la merda viene a galla giorno dopo giorno, continuare e continuare, i sogni, quei fantastici sogni, sono raggiungibili, sputare sangue, rabbia, dolore,  scrivere ed agire dando credito a quelle parole. Il musicista suona, il pittore dipinge, il fotografo fotografa, il cantante canta, ognuno fa il proprio, nel frattempo, tutto scorre.

Lui prende appunti, con le mani sporche di calce e il cuore pieno di vita.

Gareri Daniele

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In Viaggio Con Azure.

Raccolgo le mie cose ed esco da una finestra. No, non sono impazzito (non per ora), mi trovo in un cantiere ed ho appena terminato il mio lavoro.
Mentre mi dirigo verso la macchina, cammino su di un marciapiede e l’ipod sembra voler dire qualcosa, remixando la colonna sonora della mia vita, proprio qui, in questo momento. Per magia parte Azure di Paul Kalkbrenner (http://www.youtube.com/watch?v=I2Fmg-YLNCw)

Vedo
Quei colori rosso/arancioni, mi illuminano il viso e con lui, i segni che porto.
Procedo nella direzione del sole con un dolce suono nelle orecchie, mi copro un pò
mi accorgo
di battere la mano sulla gamba a tempo
penso
“vorrei che questa canzone non finisse mai”
mi chiedo
“vorrei sapere che ne sarà di me”
Mi piacerebbe fermare l’attimo con l’ipod.

Continuo per la mia strada ed ora il ritmo è incalzante, a tempo con i battiti del cuore, mi guardo intorno sorridendo, il cielo è rosso e il sole sta scomparendo all’orizzonte.
Questa luce illumina i palazzi dietro di me rendendo tutto più bello anche le strade e le macchine, che corrono veloci dirette chissà dove. Pensieri, idee, speranze,ricordi, si intrecciano tra loro e danno forma a tutto questo, leggero come si conviene a chi come me, comprende benissimo i suoi sbagli.
Ora la luce se ne sta andando e alzo il volume, sempre camminando verso sud, là, dove l’aria è più calda e il profumo è più intenso, senza nascondermi parlo ad un me stesso che cresce troppo in fretta, e con troppa fretta vuole vivere, preoccupandosi di come farlo piuttosto che lasciarsi andare. Capisco benissimo che troppe domande, troppi pensieri, mi fanno solo perdere tempo prezioso, tempo che nessuno mi restituirà mai.
Devo ricominciare a farlo, quindi decido di godermela come viene, senza rancori, senza ipocrisia, senza falsità. Spontanea, senza troppi piani o progetti, in fin de conti non sono mai riuscito a pianificare grandi cose, e non me ne importa nemmeno più di tanto. Difetto? forse, ma non ho mai preso troppo sul serio questa vita, perché credo, bisogna viverla, non renderla un inferno. Concedo me stesso a chi lo vuole davvero e apro le porte del mio cuore a chi lo vuole davvero. So, che non dovrò mai cambiare per piacere a nessuno, perché sono sempre stato me stesso e mi piace avere attorno gente a cui non vado bene, solo loro ti faranno capire inconsapevolmente dove puoi migliorare.
Sto salendo una scala, una scala lunga e comincio ad osservare il panorama che mi si presenta, alcune logiche dapprima sconosciute ora sono più chiare, ed io da perfetto ingenuo ci ero cascato. Che asino, ma in fin de conti va bene cosi. Regalo sorrisi a chi mi sorride, una volta mi hanno detto che ne ho uno bellissimo, allora ogni tanto lo sfoggio, per me è prezioso.
Sto comunque pensando che non seguirò un’ipotetico schema, tipo: carriera sul lavoro, matrimonio, famiglia, figli, pensione, prosecchini pomeridiani, giochi di carte, morte di martedi pomeriggio all’età di 75 anni.
Non sono il tipo. (non significa che non lo farò, ma sicuramente non seguirò uno schema, della serie: tutti fanno cosi allora lo DEVO fare) 
Troppo libero, imprendibile (a parte la morte), non mi incastrate, sono un pesci, e tutti i pesci che conosco sono così. E allora, vivrò a modo mio, senza proclami di alcun tipo, si può disubbidire anche stando in silenzio, senza tatuaggi o segni troppo evidenti, in fin de conti è l’arrosto che conta non il fumo. Avrò un bel da fare quando il bigottismo di questi tempi mi si presenterà davanti con ancora più foga e mi additeranno come uno dei tanti falliti, instancabili sognatori, che non si sono mai realizzati nella vita perchè credevano nei sogni, nei valori e si illudevano di cambiare il mondo, o di vivere davvero. (Oh, Cristopher Mc Candless aka Alexander SuperTramp, diglielo anche tu che questi non hanno capito un cazzo, per loro vivere davvero significa comprare la macchina nuova, la moto e la villa con piscina!!) 
Quando mi additeranno cosi, riderò di gusto e mostrerò loro le mie cicatrici, le mie parole, le mie fotografie, delle situazioni, dei momenti, delle avventure anche quotidiane, vissute in questi anni. Farò vedere loro che un animo libero può fare grandi cose, che non ci sono secondi fini per chi è cresciuto in una campagna stupenda ed ha origini marittime. Che Bellezza, e ringrazio chi ogni giorno contribuisce ad arricchirmi dentro.
Non so che ne sarà di me, ma sicuramente ci metterò tutta la passione che ho per vivere a modo mio, nel modo che IO ritengo più giusto, onorando questa vita, sempre.

Il tempo di un Tramonto, e l’ennesimo pensiero in sottofondo. Va così. 
Questo è il mio mondo.

(on air, Azure di Paul Kalkbrenner, quando la musica accompagna i tuoi pensieri)


Daniele Gareri.

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cambiamento, democrazia, libertà, politica, sogno, tempo

24 Febbraio 2013



La verità è che cerco sempre di non parlare di politica, in generale, con le persone. 
La verità è che spesso non ci riesco e va a finire che inizi a scrivere un post politico proprio qui, nel mio blog, in cui mi ero promesso di non farlo mai. 

L’evento è di quelli straordinari, quindi, vista la monotonia della vita padana e la mia costrizione forzata su una comoda sedia a causa di un infortunio, ho un pò di tempo per riflettere su quello che è successo ieri.

Per chi non lo sapesse, (non mi stupirei che qualcuno non avesse capito), ieri abbiamo avuto i risultati delle Politiche 2013. 
L’affluenza è stata del 75%, meno del 2008 ma comunque alta, domenica gli italiani si sono recati alle urne con grandi sorrisi e con grande voglia di cambiare, atmosfera tangibile in tutti i seggi, dalle 8 alle 22, la Domenica del 24 Febbraio del 2013 aveva tutte le premesse per entrare nella storia Italiana.

Nella storia Italiana, potrebbe sembrare un’esagerazione, ma personalmente non lo è. Dal 2008 (non vado troppo indietro per evitare di perdermi) abbiamo assistito a situazioni che non meritavamo nemmeno, veri e propri stupri costituzionali da parte di chi, scrupoli non se n’è fatti mai, abbiamo assistito ad infiltrazioni mafiose nel partito nordista più votato, abbiamo assistito a grandi pregiudicati che prendevano posto in parlamento con disinvoltura, abbiamo assistito a grandi capitali magicamente scomparsi nelle segreterie di partito, abbiamo assistito a grandi viaggi privati pagati dagli italiani,  abbiamo assistito a grandi orge spacciate per cene e balli galanti, abbiamo assistito a innumerevoli processi, conflitti di interessi, lifting audaci,grandi bugie e super cazzole;

oppure abbiamo assistito ai tecnici mandati da una forza mistica, una forza superiore, che avevano la presunzione di poter decidere ciò che volevano. Abbiamo assistito ad una forte crisi che ha evidenziato tutti quei tumori con forme umane, da cui l’Italia, la nostra BELLISSIMA ITALIA, doveva liberarsi al più presto. 
Per questo motivo sono nati nuovi partiti urlanti, nuove coalizioni, nuove bugie e perfino master inventati da buffi personaggi in cappelli di feltro e baffoni da primo novecento, sono cambiati i nomi, i programmi, le idee, e naturalmente come la tradizione politica italiana vuole, grandi e imprescindibili contrasti, appunto, come sempre.
Come sempre! ribadisco, perché come sempre, gli italiani avevano voglia di mandare a casa certi personaggi una volta per tutte, infatti alcuni comici hanno avuto la geniale intuizione di far nascere un partito, fare comizi nelle piazze, e calcare l’onda di rabbia che tutti noi portavamo dentro, perchè volevamo cambiare il mondo!
E via di insulti, di programmi elettorali inconsistenti e inesistenti. Ma si, bisognava cambiare quindi dovevamo urlare ai quattro venti, se non erro la storia ci insegna che i grandi cambiamenti sono avvenuti urlando e insultando vero?

Piano piano, tra confronti televisivi fasulli, show patetici,bugie e prese in giro, e poi ancora, donne, calcio,promesse da marinai, restituzione di cose,  arriviamo a Domenica 24 Febbraio 2013, il giorno della storia, il giorno del grande cambiamento. 

Dico, noi italiani c’eravamo fatti un’idea in questo tempo, almeno, eravamo tutti d’accordo su chi NON volevamo. Eravamo d’accordo, si, finalmente noi elettori eravamo d’accordo a prescindere dalle preferenze politiche, noi certe persone non le volevamo, noi italiani, volevamo finalmente rialzare la testa, ripartire, ricostruire…..

…ma la Domenica del 24 Febbraio del 2013, alla luce dei risultati ottenuti, non entrò nella storia per il grande cambiamento,

entrò nella storia per la grande conferma di uno stereotipo: (che a questo punto non è più uno stereotipo)

Noi Italiani Siamo Un Popolo di Imbecilli Patentati.
Daniele Gareri.
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Il Tempo.

Il Tempo è questo.

Sono affascinato dal tempo. Non si può descrivere, è un concetto troppo complesso, troppo alto per poterlo affrontare tecnicamente, e non sarò certo io a provarci.
Ma c’è un’ altro aspetto diciamo “più umano” del tempo che mi è sempre piaciuto. In fin de conti, lo viviamo sulla nostra pelle, scandisce i nostri successi e insuccessi, fa di noi individui con determinate esperienze e con determinati obbiettivi. Sancisce la fine di amori,di matrimoni, o di vite.
Il tempo è un arbitro severo.Determina le regole del gioco.
Sappiamo di che gioco si tratta, ed è un gioco complicato ma davvero bello, il tempo ci può aiutare o renderci le cose più difficili.
Credo (mio personale parere) che spesso le nostre buone azioni verranno ripagate, mentre quelle negative si rivolteranno contro di noi, col tempo, naturalmente. Inoltre (parere personale) continuo a credere che condurre una vita il più possibile giusta e nel rispetto del prossimo, possa dare tanto, naturalmente solo il tempo avrà la risposta, ma ho sempre sostenuto questo grazie a qualche esperienza.

Il tempo è davvero riconoscibile per esempio dalle foto che guardiamo in quelle tristi domeniche pomeriggio dopo pranzo, mentre fuori piove e un’ondata di nostalgia ci assale: e li che si manifesta in tutto il suo splendore (naturalmente ironico), ci fa vedere quanto stia correndo e noi con lui. Sembra che dica: ehi, non mi fermo mai e tu sei mio, non scenderai da questa fantastica spider rossa, ti porterò sempre con me! 
Visto che non possiamo farne a meno, forse, se rallentasse un attimo sarebbe meglio, così da poter riuscire ad osservare il paesaggio che ci circonda, o fermarlo senza il patema che riparta lasciandoci a piedi.
Ma pare che sia lui a decidere tutto in questo gioco.
Passano i secondi, passano i minuti, passano le ore, i giorni le settimane i mesi, gli anni, i secoli e millenni, e questo tempo non è nemmeno a metà del suo percorso, nel frattempo noi cresciamo, impariamo, sorridiamo, soffriamo, gioiamo, facciamo un’enorme quantità di cose, in modo cosi veloce, che solo fra molto molto tempo ci renderemo davvero conto di quello che abbiamo combinato.
Sembra che gli anni siano sempre uguali, se non fosse per quei piccoli dettagli che ci caratterizzano, addirittura a volte sembra tutto fermo, invece è li che il tempo corre ancora più veloce.
Ogni giorno siamo dentro al tempo, tutti, nessun escluso, persone, animali, piante, cose, siamo soggetti ai cambiamenti che esso porta, e i cambiamenti possono essere positivi ma anche negativi, quindi possiamo gioire, vedendo che il tempo ci da qualcosa di grande, qualcosa di indescrivibile oppure possiamo piangere osservando inermi mentre ci porta via qualcosa o qualcuno di caro o in silenzio si prende i nostri anni migliori, senza rumore, cosi, te ne accorgi davanti allo specchio, con qualche ruga di troppo e qualche capello in meno in testa.

Ma tutto sommato non è cattivo, fa il suo dovere e non fa eccezioni per NESSUNO. Ti ricorda solo che devi vivere il presente, e non puoi tornare troppo indietro coi ricordi ne puoi andare troppo avanti con i sogni, devi dosare le due cose, con cautela, vivendo nel modo a te più congeniale, tanto alla fine deciderà lui, e sarà sempre lui ad avere l’ultima parola.

Daniele Gareri.

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